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Nuovo slancio per la Chiesa africana

· Il cardinale Bertone conferisce l'ordinazione episcopale a tre nuovi nunzi ·

Imprimere una «nuova spinta spirituale e pastorale» all'intera Chiesa in Africa, sulla scia del recente Sinodo continentale e a un anno dal viaggio del Papa in Angola e Camerun. Lo chiede il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, ai tre nuovi nunzi apostolici consacrati nella basilica vaticana giovedì pomeriggio, 18 marzo. Sono l'italiano Piero Pioppo, il tanzanese Novatus Rugambwa e l'irlandese Eugene Martin Nugent, che «dopo un diligente e meritorio servizio già svolto in distinte e peculiari responsabilità ecclesiali», sono ora attesi da «un ministero alto e impegnativo»: quello di rappresentanti pontifici rispettivamente in Camerun e in Guinea Equatoriale; in Angola e in São Tomé e Príncipe; in Madagascar, in Maurizio e nelle Seychelles, nelle Isole Comore e in La Riunione.

Il porporato ha ricordato in proposito il viaggio di un anno fa compiuto da Benedetto XVI nel continente africano, quando celebrò la messa di san Giuseppe nello stadio di Yaoundé, in occasione della pubblicazione dell' Instrumentum laboris della seconda assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi, svoltasi poi in Vaticano nell'ottobre scorso. «In tale contesto — ha detto il celebrante ai tre arcivescovi — voi iniziate la vostra missione. In tutte le nazioni alle quali siete inviati, il Vangelo ha già da lungo tempo portato frutti abbondanti, e il grande albero del Regno di Dio ha radici solide e rami ampi ed estesi». Da qui l'augurio di inserirsi al meglio nell'opera compiuta dai predecessori e di poter «dare un contributo illuminato e generoso al cammino di quelle Chiese e di quei Paesi».

Nell'assicurare agli ordinandi la presenza spirituale di Benedetto XVI, la sua preghiera, il suo saluto e la sua benedizione, il cardinale Bertone ha chiesto loro di ricambiare tale attenzione, formulando al Papa i più fervidi auguri per la sua festa onomastica, invocando l'intercessione del patrono.

Commentando poi le letture della solennità, il porporato si è dapprima soffermato sull'argomento della fedeltà di Dio e della risposta umana. «Anche l'Anno sacerdotale che stiamo vivendo — ha spiegato — ha per tema “fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”. Tale tema su cui si basa la vita di ogni credente, assume un carattere maggiormente impegnativo con il sacramento dell'ordine». E se ciò vale in particolare per ogni cristiano che diventa prete, acquista una valenza ancora più forte per il sacerdote chiamato all'episcopato. «Egli, infatti, ha potuto sperimentare già a lungo la fedeltà di Dio — ha commentato — nonostante le proprie umane fragilità. Di fronte a questo “dono e mistero” — ha aggiunto usando la nota espressione di Giovanni Paolo II — la reazione di chi è chiamato all'apostolato non può che essere quella del re Davide, stupito e confuso per l'eccessiva grandezza della promessa di Dio». Anche se — ha avvertito — «la giusta riconoscenza per il dono di Dio, lungi dal portare ad indugiare su sé stessi e sull'onore ricevuto, deve condurre a lodare il Signore per la bellezza e la grandezza del suo disegno, per la stabilità e la concretezza del suo amore, che attraverso i secoli non cessa di costruire con pazienza questo meraviglioso edificio spirituale che è la sua Chiesa». Per il segretario di Stato, infatti, le istituzioni ecclesiali crescono e si sviluppano «nella misura in cui alla fedeltà di Dio corrisponde la fede dell'uomo». E il modello è proprio Giuseppe di Nazaret «la cui statura è tanto più elevata quanto più egli rimane nascosto, silenzioso, discreto nell'adempiere il compito affidatogli da Dio».

Dunque, il primo dono da chiedere è quello di una fede genuina, profonda e forte. La missione di Giuseppe del resto «ha un valore esemplare per tutti nella Chiesa, in particolare per quanti sono chiamati a un servizio di paternità, o nella famiglia o nella comunità ecclesiale». Ecco perché anche i preti e i vescovi hanno molto da imparare da san Giuseppe per impostare bene il loro compito di guide pastorali. «Devono — ha elencato il cardinale Bertone — “esserci”, esercitare pienamente e con responsabilità l'autorità ricevuta, sempre consapevoli della superiore presenza di Dio, della sua preminente azione nei cuori e nella storia delle persone, e quindi sempre capaci di indicare Lui, di orientare a Lui».

Infine il porporato ha riproposto ai presenti alcune parole — pronunciate il 19 marzo 1966 da Paolo VI e riprese dal suo successore nella lettera Apostolica Redemptoris custos del 15 agosto 1989 — riguardanti la paternità di san Giuseppe. Essa consistette «nell'aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell'incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell'aver usato dell'autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell'aver convertito la sua umana vocazione all'amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell'amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa». «Fatte le debite proporzioni — ha detto ai nuovi arcivescovi — questa è anche la vostra vocazione. E se la vivrete con fede, troverete un inesauribile motivo di gioia che nasce dal non appartenere più a sé stessi, ma totalmente a Dio, a Cristo, alla Chiesa. Non in forma astratta e generica, ma concreta, cioè nel servizio alle persone e alle comunità affidate alle vostre cure».

Nel pomeriggio del giorno precedente il cardinale Bertone aveva presieduto all'altare della Cattedra la concelebrazione eucaristica per i cinquecento fedeli della diocesi di Ivrea venuti a Roma per conferire a Benedetto XVI la cittadinanza onoraria di Romano Canavese, paese natale del segretario di Stato.

Nell'omelia il cardinale ha detto, tra l'altro, che oggi «la nostra gratitudine si manifesta soprattutto nel riconoscere e sostenere la missione del Papa, che si pone in continuità con quella degli antichi profeti e con la missione di Gesù stesso. È missione di verità e di carità, due parole che risuonano frequenti nella predicazione e nel magistero di Benedetto XVI». Con il porporato hanno concelebrato il rito — diretto da monsignor Guillermo Javier Karcher — gli arcivescovi Giuseppe Bertello, nunzio apostolico in Italia, e Giuseppe De Andrea, nunzio apostolico, il vescovo di Ivrea, Arrigo Miglio, l'emerito Luigi Bettazzi, e il vescovo di Pinerolo, Piergiorgio Debernardi.

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18 settembre 2019

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