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Nuovi romanzi religiosi

· Il ritorno del cristianesimo nella narrativa contemporanea ·

Negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando ero bambina, in occasione della prima comunione ricevevamo in dono romanzi di carattere religioso. Le copertine cartonate, illustrate a vividi colori, ci introducevano a una versione in genere ridotta — gli originali erano mattoni lunghissimi — di romanzi come Fabiola, Quo vadis, Ben Hur. Queste letture erano considerate un buon complemento della nostra educazione religiosa, fino a quel momento basata soprattutto sul catechismo di Pio X, che si imparava a memoria, e su un’edizione adattata ai bambini dei Vangeli o, più raramente, del Nuovo Testamento.

El Greco, «Pietro e Paolo che discutono» (1614)

Si trattava di romanzi scritti nella seconda metà dell’Ottocento — Fabiola (1854) del cardinale inglese Nicholas Wiseman, Ben Hur (1880) del generale e politico statunitense Lew Wallace, Quo vadis (1894) del polacco Henryk Sienkiewicz — che avevano conosciuto uno straordinario successo e traduzioni in molte lingue, nonché riduzioni teatrali e cinematografiche, moltiplicatesi soprattutto nella prima metà del Novecento, ma anche ben oltre. Il romanzo di Wiseman aveva fatto diventare di moda alcuni nomi di battesimo, come Fabiola e Tarcisio, giovane martire cristiano, mentre lo scrittore polacco Sienkiewicz era stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1905 proprio per Quo vadis, che è tuttora il marchio di una celebre agenda. A Ben Hur poi la palma di un duraturo successo cinematografico in diverse versioni, grazie all’epica corsa delle bighe, che tornerà nel remake annunciato per l’inizio del 2016.

Tutti e tre avevano come oggetto gli anni eroici, e per questo emozionanti, del primo cristianesimo, fra persecuzioni e grandi conversioni. In Ben-Hur. A Tale of the Christ il protagonista addirittura incontra Gesù, che è sullo sfondo dell’intera vicenda, come indica il sottotitolo. Ma i personaggi principali restano sempre figure marginali alla grande tradizione religiosa — accade anche per Pietro, che pure al romanzo del Nobel polacco suggerisce il titolo, ricavato da un’antica tradizione apocrifa — ai quali non si applica l’inventiva dello scrittore. Nessuno di loro, infatti, ha il coraggio di confrontarsi direttamente con i grandi protagonisti (Gesù e gli apostoli, Maria), per i quali devono bastare le parole, controllate dalla Chiesa e sicuramente ortodosse, dei testi canonici.

In sostanza, anche i più popolari scrittori dell’Ottocento, e persino un cristiano non legato ad alcuna denominazione come Wallace, si fermavano con rispetto davanti alle vicende umane di figure divenute modelli fondanti della fede, e le descrivevano solo per brevi tratti, in medaglioni che confermavano l’immagine ieratica tradizionale. Sono romanzi a contrasto secco e prevedibile: i cristiani, o coloro che si convertiranno, buoni, gli altri malvagi. Testi ritenuti i regali più adatti ai giovani anche nei decenni successivi alla prima metà del Novecento, durante i quali — almeno per quanto riguarda la narrativa a tema religioso — non cambia niente. Questi sono i modelli più importanti a cui si ispireranno molti romanzi di area cattolica, distribuiti da editori cattolici e in genere di modesto — o addirittura modestissimo — valore storico e letterario. Al di fuori di questo gruppo di libri, che a poco a poco esce di moda, nulla: la religione sembra scomparire come argomento letterario, sostituita dalla politica, dal sesso, dall’ambizione e dal degrado. Le prime comunioni sono diminuite drasticamente, anche perché sono diminuiti i bambini, e ai pochi comunicandi, invece che Quo vadis, vengono regalati libri come Siddharta di Hermann Hesse o Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, che garantiscono una educazione morale laica e interculturale, politicamente corretta.

Questa situazione, che si potrebbe definire di secolarizzazione affermata se non trionfante, si interrompe bruscamente in questi ultimi, anzi, ultimissimi anni, quando la religione torna prepotentemente al centro delle narrazioni di alcuni dei più celebri scrittori di oggi, segnando addirittura grandi successi letterari. Tutto ciò nello stupore generale, nello sconcerto di una critica che sembra avere perso la capacità di giudicare un’opera letteraria, e si trova in difficoltà a spiegare l’inaspettato e clamoroso successo di libri come Il regno di Emmanuel Carrère, Sottomissione di Michel Houellebecq, Giuda di Amos Oz e La ballata di Adam Henry di MacEwan.

Intanto bisogna dire che nessuno di questi libri è scritto da un devoto credente, con l’intento di fare propaganda alla sua fede, anzi è il contrario: ai temi religiosi si avvicinano scrittori che mai li avevano trattati prima, che forse neppure ci avevano mai riflettuto. Tuttavia, non per questo scrivono animati da spirito antireligioso, e più specificamente anticristiano, ma piuttosto spinti da genuino interesse e da una passione autentica. Di qui le caratteristiche che li accomunano, e cioè la freschezza di linguaggio e il punto di vista nuovo, talvolta perfino scanzonato, con il quale trattano temi che sono stati sempre considerati gravidi di questioni teologiche e passibili di attirare sull’autore anatemi della Chiesa. È evidente che per questi libri l’imprimatur delle gerarchie ecclesiastiche non viene considerato né necessario né desiderabile, e forse anche per questo gli autori si sentono liberi di mescolare a temi religiosi episodi erotici, fenomeno in questo modo mai registrato. Si è quindi generata una sorta di nuovo filone narrativo che si potrebbe perfino definire erotico/religioso e nel quale, però, la novità e lo scandalo sono costituiti dalla scelta del tema religioso, e non certo di quello, ormai fin troppo abusato, delle descrizioni erotiche.

Solo in uno dei romanzi citati, La ballata di Adam Henry di Ian MacEwan, il tema erotico viene adombrato con leggerezza, ma nello stesso tempo negato fin dall’origine. Per la matura magistrata inglese che bacia il giovane al centro di una sua importante sentenza si tratta infatti più di una questione di maternità rimossa che di eros. E il romanzo di MacEwan è diverso anche perché non vi compaiono personaggi della Bibbia, ma il dilemma religioso tipico dei nostri giorni, quello della scelta fra scienza e fede.

Alla ricerca della fede, nella speranza che dia non solo una vera ragione di vita, ma anche un’identità forte da contrapporre alla crisi e al disfacimento culturale della società, è anche il protagonista e alter ego del romanzo Sottomissione di Houellebecq. Egli tenta di convertirsi due volte, prima davanti alla Vergine di Rocamadour, poi andando a vivere per un periodo nel monastero di Ligugé, dove Huysmans, il suo autore di riferimento, aveva ritrovato la fede e si era ritirato a vivere nei suoi ultimi anni. Se davanti alla Madonna si era sentito «abbandonato dallo spirito, ridotto al proprio corpo dolorante, perituro», la sua fuga precipitosa dopo due giorni di vita nell’antico monastero nasce da un senso indefinito di irritazione. Per l’impossibilità di fumare in stanza, per il linguaggio sdolcinato, che gli suona irrimediabilmente falso, con il quale si esprimono i monaci nel dépliant che illustra al visitatore la vita del monastero e del quale cita qualche esempio, come «la vita dovrebbe essere un costante scambio amoroso, sia nella prova che nella gioia». La partecipazione a tutte le funzioni liturgiche previste per la giornata, che tanto aveva esaltato l’anima di Huysmans, gli sembra priva di incanto in un edificio che è sì ben conservato, ma costeggiato dalla linea del treno ad alta velocità e da costruzioni industriali. A questa delusione si aggiunge poi quella di vedere con quale facilità la Chiesa in Francia accetta il governo ispirato da principi islamici, che però le permette di sopravvivere in enclave protette e finanziate. La sua conversione all’islam, motivata da innegabili vantaggi — riconoscimenti professionali e stipendio più alto, a cui si aggiunge la poligamia — sembra essere la logica conseguenza di questo fallimento.

Una conversione fallita segna anche l’inizio del romanzo di Carrère, raccontata con sapiente ironia. Anche qui, le motivazioni dell’avvicinamento alla fede nascono da un disagio personale: lo scrittore era caduto in una profonda depressione e il suo matrimonio, dal quale erano nati due figli, era in forte crisi: «C’è stato un momento della mia vita in cui ho creduto». Credere per lui, come lo racconta adesso, è credere a una serie di assurdità — in primis la resurrezione. Spiega l’adesione al cattolicesimo da parte di un intellettuale moderno con queste illuminanti parole: «Siamo orgogliosi di questa follia, perché non ci somiglia, perché facendola nostra sorprendiamo noi stessi e rinunciamo a noi stessi, perché nessuno attorno a noi la condivide». La fede viene letta come un punto estremo di anticonformismo, che garantisce un momento alto di autocompiacimento.

I libri di esegesi lo scrittore li legge tutti, così come i libri di storia, ma senza la reverenza che di solito si impone allo studioso. E Carrère non è uno studioso, è uno scrittore che legge solo per trovare altro materiale per nutrire la sua ispirazione. «Ho cercato di zoomare, come si fa con Google Maps, sul preciso punto dello spazio e del tempo in cui fa la sua comparsa il personaggio che negli Atti dice “noi”». E avanza un’ipotesi suggestiva: che Luca avesse condotto un’inchiesta su Gesù in Giudea, quando vi si era recato in compagnia di Paolo, senza far sapere niente a quest’ultimo; e che delle notizie raccolte non avesse parlato con nessuno prima di scriverle, alla fine della vita: «Nel Vangelo dell’infanzia che scriverà in seguito, Luca dice due volte che “tutte quelle cose, Maria le custodiva nel suo cuore”. È quello che deve avere fatto anche lui. Di “tutte quelle cose” che riguardavano Gesù, Luca non sapeva cosa pensare di preciso, e forse non ci pensava spesso, forse non occupavano molto spazio nella sua mente. Ma le custodiva nel suo cuore». E ipotizza che le abbia poi scritte al suo ritorno a Roma, anni dopo la morte di Paolo, per far capire cos’era il cristianesimo al suo protettore Teofilo, al quale i suoi libri sono dedicati.

Leggendo Carrère in fondo non ci importa sapere quanta probabilità hanno di essere fondate le sue supposizioni storiche, perché siamo incantati dalla forza reale dei suoi personaggi: è difficile che un lettore de Il regno non pensi a Luca e a Paolo nel modo che gli suggerisce lo scrittore anche molto tempo dopo la fine della lettura. Troppo avvincenti le sue parole, troppo vivi e umani i suoi personaggi per avere dei dubbi: sembra di sentire le onde, la sabbia, la sete nei viaggi e il sollievo delle affettuose accoglienze dei discepoli durante le soste.

Pur continuando a domandarsi come fanno persone moderne e ragionevoli a credere nella resurrezione, lo scrittore non si esibisce in una facile critica alla Chiesa, ma la difende: «Non mancano motivi per rimproverarle di aver tradito il messaggio del rabbino Gesù di Nazareth, il messaggio più rivoluzionario di tutti i tempi. Ma rimproverarglielo non significa rimproverarle di aver vissuto?». E ricorda che la Chiesa stessa pensa, come i suoi critici più violenti, «che quei due o tre anni in cui Gesù ha predicato in Galilea e poi è morto a Gerusalemme rappresentino il momento della sua verità assoluta, dopo la quale le cose non potevano che peggiorare, e per sua stessa ammissione la Chiesa è viva soltanto quando si avvicina a quel momento». Alla fine del libro l’autore si domanda — ma noi lettori l’avevamo già capito — se sia veramente agnostico, o se piuttosto quest’opera non sia stata un modo per ribadire la sua fedeltà a quel giovane uomo credente che è stato in passato.

Mi permetto di pensare che sia così, e che Carrère abbia trovato Gesù facendo il suo mestiere, quello di narrare, confrontandosi con un altro scrittore, Luca, uno della «banda dei quattro», come dice con la sua allegra disinvoltura. Leggendo queste ultime parole, mi viene in mente quell’artigiano della ceramica che una sera, tornando a casa con il cuore pesante per la malattia della moglie, trova sul suo cammino — siamo vicino a Deruta, ancora oggi nota per la sua produzione di ceramiche — un coccio sul quale è dipinta la Madonna con il Bambino: la moglie guarisce e sul posto verrà eretto il santuario della Madonna dei Bagni. Ognuno ha la sua occasione di incontrare Gesù, che sa entrare nel suo mondo per farsi conoscere.

Completamente diverso il punto di vista di Amos Oz nel romanzo Giuda. Qui siamo fuori dalla cultura di matrice cristiana, totalmente immersi nel mondo di un ebreo contemporaneo, un giovane, Shemuel, un po’ scombinato che vive nella Gerusalemme ancora in parte appartenente alla Giordania verso la fine degli anni Cinquanta. Giuda è il primo ad avere creduto alla divinità di Gesù, ed è proprio per questo che induce il maestro a recarsi a Gerusalemme, per avere il grande riconoscimento: sarà condannato a morte e — lui ne è certo — risorgerà sotto gli occhi di tutti. Così sarà riconosciuto da tutti come vero Dio. Dopo qualche esitazione, Gesù lo segue a Gerusalemme, dove morirà come un uomo comune. «E Giuda, il cui scopo e senso della vita si infransero sotto i suoi occhi sgomenti, Giuda capì di aver causato con le proprie mani la morte dell’uomo che più amava e ammirava, se ne andò a impiccarsi. Così morì il primo cristiano. L’ultimo cristiano. L’unico cristiano».

Naturalmente si tratta di un’interpretazione immaginaria, fortemente eterodossa: ma affascinante, soprattutto se letta in controluce insieme alla vicenda dell’altro traditore, Abrabanel. Come se il tradimento potesse nascere anche dalla troppa fede, dalla troppa passione, da un eccesso di bene, quindi non solo dal male.

Carrère e Oz hanno in comune la capacità di far rivivere personaggi dei vangeli e del Nuovo Testamento in modo nuovo e imprevisto, ben lontani dalla paludata e rigida immagine che è stata tramandata dalla storia sacra, ma senza per questo essere motivati da una volontà di dissacrarli. Anzi, questa scrittura si presenta soprattutto come atto di amore, come se cercassero di vedere il mondo con i loro occhi, di viverlo attraverso le loro passioni. Per questo i personaggi risultano vivi e affascinanti, ma anche persone con i loro limiti, proprio come noi, e per questo li sentiamo più vicini. Ed entrambi gli scrittori colgono il cuore della fede proprio nella Resurrezione.

di Lucetta Scaraffia

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22 settembre 2019

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