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Nuovi orizzonti libici

· In fiamme a Tripoli gli edifici governativi mentre Bengasi sarebbe in mano ai ribelli ·

Si rincorrono voci su una fuga di Muammar Gheddafi e di un colpo di Stato militare

Non si placa la rivolta in Libia, nonostante la sanguinosa repressione messa in atto dal regime guidato da Muammar Gheddafi. Fonti diverse ma concordi, parlano ormai di oltre trecento le vittime dall’inizio delle proteste, una settimana fa, e lo scenario è ormai quello di una guerra civile. La rivolta ha investito anche la capitale Tripoli, dove nei giorni scorsi c’erano state manifestazioni filogovernative, ma dove da ieri sono in atto scontri di piazza e questa mattina sono segnalati in fiamme edifici pubblici, compresi il palazzo del Governo e la sede del Parlamento. Secondo l’emittente televisiva satellitare al Jazeera, che cita fonti mediche, in città solo oggi si sono contati oltre sessanta morti. Al Jazeera aggiunge che anche le forze dell’ordine si sono date a saccheggi di uffici e banche e che tutte la zona meridionale, Jebal Nafusa, è i mano ai ribelli.

Anche Bengasi sembra ormai nelle mani degli oppositori, ai quali si sono uniti anche reparti militari, dopo che ieri altre truppe avevano aperto il fuoco contro i manifestanti, prima di essere costrette a lasciare la città. Sempre a Bengasi, ma anche a Tripoli e in altre città, c’è preoccupazione che la rivolta possa essere infiltrata da gruppi di matrice fondamentalista islamica già protagonisti in passato di violenze contro le minoranze cristiane. In città sono rimaste numerose religiose decise a continuare la loro opera di assistenza, mentre viene segnalato che numerosi immigrati filippini hanno cercato rifugio nelle chiese.

Si rincorrono voci su una fuga di Muammar Gheddafi e di un possibile colpo di Stato militare. Il figlio dello stesso leader libico, Seif al Islam, ha smentito la circostanza, dichiarando ieri sera — in un discorso televisivo di quaranta minuti durante il quale si erano udite diverse sparatorie in città — che il padre «sta guidando la lotta a Tripoli e vinceremo». Il figlio di Gheddafi ha altresì parlato di complotto esterno, proponendo la convocazione di un’assemblea generale del popolo per fare insieme le riforme. Secondo Seif al Islam — che alcune fonti danno in contatto con esponenti dell’opposizione nel tentativo di avviare un dialogo — la Libia è vittima appunto di un complotto internazionale, corre il rischio di una guerra civile, di essere divisa in diversi emirati islamici, di perdere il petrolio che assicura unità e benessere al Paese, di tornare preda del colonialismo occidentale.

Nei giorni scorsi, il Governo di Tripoli aveva comunicato all’ambasciatore d’Ungheria, Paese che ha la presidenza di turno dell’Unione europea, che se questa non avesse smesso di appoggiare le rivolte popolari in Africa settentrionale, la Libia avrebbe interrotto la cooperazione in materia di controllo dei flussi migratori.

L’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Catherine Ashton, ha ribadito ieri che condanna la repressione contro i dimostranti pacifici e deplora la violenza e la morte di civili. In una dichiarazione diffusa dall’ufficio di Ashton, si invitano le autorità libiche «a esercitare la moderazione e la calma e ad astenersi immediatamente dall’ulteriore uso della violenza contro dimostranti pacifici. La libertà di espressione e il diritto di riunirsi, come stabilito dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, sono diritti umani e libertà di ogni essere umano, e devono essere rispettati e protetti». La dichiarazione aggiunge che «le legittime aspirazioni e le richieste riformiste della popolazione devono essere prese in considerazione attraverso un dialogo aperto e significativo. L’Unione europea si aspetta inoltre la piena collaborazione da parte delle autorità nella protezione dei cittadini europei». Ulteriori prese di posizione europee sono attese dal Consiglio dei ministri degli Esteri riunito oggi a Bruxelles.

Anche l’amministrazione statunitense segue con preoccupazione l’evolversi della situazione in Libia, e chiede ufficialmente che sia posta fine «a ogni violenza contro i manifestanti pacifici», come ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato, Philip Crowley,

L’accelerazione degli avvenimenti minaccia comunque di cambiare la situazione nel giro di poche ore. Seif al Islam ha ribadito che «l'esercito ora ha il compito di riportare l’ordine con ogni mezzo». E ha aggiunto che «non è l'esercito egiziano o tunisino. Distruggeremo la sedizione e non cederemo un pollice del territorio libico». Anche in Marocco si segnalano disordini, costati ieri la vita a cinque persone nella città di Al Hoceima.

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17 settembre 2019

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