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Nuove vie per la pace

· Governo di un mondo multipolare ·

Il richiamo a Helsinki ci domanda di riflettere non su un semplice avvenimento, ma su un processo di grande impatto per le contemporanee relazioni internazionali. E ci impone di farlo assieme a uno dei suoi protagonisti, il cardinale Achille Silvestrini, di cui abbiamo da poco celebrato il novantaduesimo compleanno. Il cardinale è stato infatti uno degli operai della prima ora di quella svolta epocale e ha così sintetizzato quegli anni di lavorio, di incontri, di negoziato e di risultati diplomatici rilevanti: «Helsinki è stata un’intuizione di grande significato» (Libertà di coscienza: una vera bomba, «L’Osservatore Romano», 24 luglio 2010). 

La firma dell’Atto finale della Conferenza del 1° agosto 1975 a Helsinki

Ed è proprio questa intuizione che spiega perché, nonostante gli anni trascorsi, sia ancora vivo nella memoria e nelle vicende diplomatiche quel 1° agosto 1975, quando nella capitale finlandese veniva firmato l’Atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce), a conclusione della terza fase di un laborioso negoziato. Quell’avvenimento non è solo una pagina di storia, ma un momento che ha cambiato la storia in nome di una solida volontà di pace manifestata dai popoli di un’Europa dilatata da Vancouver a Vladivostok. Volontà destinata a durare, come testimonia ancora oggi la vivace e molteplice attività dell’Organizzazione sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce).

In quel contesto, fatto di persone e di istituzioni che si erano confrontate attraverso lo strumento diplomatico, era presente anche la Santa Sede che colse sin dall’inizio la novità che la Csce poteva rappresentare per dare all’antico continente un futuro di stabilità, ma non di immobilismo. Di qui il sostegno della Sede Apostolica all’iniziativa, evidente anche nei momenti di maggiore difficoltà, e la partecipazione assidua a quel particolare sistema di contatti e di cooperazione tra i Paesi definitosi nel processo negoziale. La Santa Sede operò con un atteggiamento dettato non solo da motivi formali, ma dalla piena coscienza di poter concorrere a un futuro di pace del continente con la sua storia e le identità dei suoi popoli.

Una storia che a seguito delle drammatiche e sanguinose sofferenze del secondo conflitto mondiale e la successiva divisione della “cortina di ferro” non lasciava nemmeno immaginare gli sbocchi e le ragioni che dopo “il crollo dei muri” hanno ridisegnato non solo i confini, ma l’esprit dell’Europa. Un esprit che appare in questi giorni lacerato, direi quasi inerme di fronte a un’azione terroristica condotta sul suolo europeo e rivolta contro la popolazione civile. Un atto di estrema barbarie di cui sono stati protagonisti gruppi armati appartenenti a una realtà descritta come “sedicente Stato islamico”. Realtà che al di là delle sigle o delle denominazioni, si è imposta come un attore dell’attuale contesto internazionale e in particolare della regione mediorientale. All’attacco portato nel cuore di Parigi — purtroppo non diverso da quelli analoghi registrati in altre aree come di recente il Libano, e con il medesimo obiettivo di colpire persone dedite alla loro quotidianità — sembra prevalere come sola risposta la volontà di contrapporsi alla forza delle armi con gli stessi mezzi. Certo ogni Stato ha diritto alla sicurezza, anzi è sua finalità essenziale garantirla a quanti soggiornano sul suo territorio. Non possiamo però dimenticare che le azioni finalizzate a perseguire la sicurezza fuori dallo spazio sovrano di un Paese implicano il ricorso alle sedi decisionali presenti nella Comunità internazionale e soprattutto richiamano la diplomazia alle sue responsabilità. L’Europa non può dimenticare che se ancora oggi, dopo quattro lustri, rimangono vivi il ricordo e la spinta ideale della storica firma di Helsinki, non è solo per l’effetto prodotto sulla geografia della regione europea, ma più realisticamente perché l’Atto finale ha evitato al mondo intero lo spettro di un confronto militare, ideologico, religioso dall’esito incerto, sostituendo al conflitto un “modello” per la vita internazionale ancora oggi proponibile e — lo dico con convinzione — valido.

L’attuale contesto internazionale sperimenta quotidianamente contrapposizioni, conflitti e guerre di ogni tipo, assiste inerme — magari compiaciuto o indignato — a tentativi di rialzare barriere per difendere frontiere ormai inservibili a fronte di una forzata mobilità umana, o pensa di risolvere con atti di forza ogni situazione che pone problemi all’ordinata convivenza.

La Santa Sede in questo momento si dichiara pronta ad assicurare ogni possibile contributo perché sia effettivo — riprendo le parole di Papa Francesco — «il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato» (discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2015), per evitare che l’immobilismo resti l’unica strategia e le armi la sola risposta.

Si tratta di una posizione costante della Sede Apostolica nell’età moderna e contemporanea, come mostra già l’indicazione di Papa Leone xiii che il 29 maggio 1899, durante la prima Conferenza della pace dell’Aia, in una lettera alla regina Guglielmina d’Olanda auspicava che «fosse trovato modo di ottenere che al sorgere di un conflitto tra le Nazioni, non si giungesse mai a far appello alla forza, prima che qualche voce autorevole e amica si facesse mediatrice di pace alle parti in contesa e le portasse a dirimere i loro litigi innanzi al tribunale della ragione». Una posizione che si rannoda direttamente al principio vdell’Atto finale di Helsinki, che è stato in grado di produrre nuovi effetti positivi per la pace e la sicurezza. Quel principio, infatti, va già oltre le previsioni della Carta delle Nazioni Unite poiché tra gli obblighi degli Stati ad affrontare e risolvere secondo gli strumenti del diritto ogni minaccia alla pace, considera anche il dovere di astenersi «da qualsiasi azione che potrebbe aggravare la situazione in modo tale da mettere in pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali e così rendere più difficile una soluzione pacifica della controversia».

Credo sia sufficiente una lettura delle situazioni in aree definite “a crisi prolungata” — penso alla martoriata regione mediorientale e alle aree destabilizzate dell’Africa — per constatare gli atteggiamenti degli attori coinvolti che contando solo sulla forza delle armi disconoscono gli obblighi assunti, privilegiano le situazioni di fatto e rendono così impossibile ogni iniziativa di pace. Occorre, cito ancora il Papa, «passare attraverso la “porta stretta” del dialogo, della trattativa, del negoziato o dell’obbligo di risolvere pacificamente le controversie, prevenirle o regolarle e così garantire sicurezza» (Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2015). Solo il coinvolgimento e l’apporto di tutti: attori in campo, Stati limitrofi, organizzazioni intergovernative regionali o di gruppo e Paesi realmente interessati a fornire un contributo di pace e non di potenza, può essere garanzia di successo.

Il “modello di Helsinki” resta, dunque, ancora valido, anche in momenti di grande tensione per lo scenario internazionale? Risponderei in modo affermativo e non per la circostanza celebrativa in cui ci troviamo. È valido anzitutto perché esso tende a lasciare ai singoli Stati un margine di autonomia ristretto, se non addirittura residuale, nel perseguire interessi individuali e ancor più esclusivi ed escludenti. Un pericolo da cui Papa Francesco nella Laudato si’ ci mette in guardia quando indica che la «distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi» (229). A tutto questo c’è una sola alternativa che l’azione diplomatica deve saper tradurre in metodo e coniugare con le regole internazionali. Mi riferisco a quell’idea di fraternità che lungi dall’essere un richiamo teorico e forse anche una grande utopia, è la forza viva che ci impegna singolarmente e collettivamente per non restare impreparati di fronte al richiamo che tutti — credenti o non credenti — potremo in ogni momento udire: «Dov’è tuo fratello? (...) Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Genesi, 4, 9-10).

di Pietro Parolin

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25 agosto 2019

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