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Nuove sfide per la Corte penale internazionale

· Le prospettive dopo il ritiro di Sud Africa, Burundi e Gambia ·

I rapporti tra la Corte penale internazionale (Cpi) e l’Africa non sono mai stati facili, ma negli ultimi tempi hanno toccato davvero i minimi storici. L’operato della Corte è stato messo per la prima volta in seria discussione dal ritiro, annunciato nei giorni scorsi, di tre Stati: Sud Africa, Burundi e Gambia. L’iniziale entusiasmo dei paesi africani sembra essersi così raffreddato, trasformandosi in un rifiuto generalizzato. C’è ora il rischio di un pericoloso effetto domino che coinvolga un consistente gruppo di Paesi dell’Africa sub-sahariana. Non è un mistero che anche Kenya, Uganda e Namibia sarebbero intenzionati al ritiro, sebbene numerose siano le nazioni apertamente a favore della Cpi, come il Botswana, il Mali e la Repubblica Democratica del Congo.

La sede della Corte all’Aja

Nel corso degli ultimi anni la Cpi è stata spesso tacciata di parzialità e di doppiopesismo nei confronti dell’Africa. Tutto è precipitato nel giugno dello scorso anno, dopo l’impasse diplomatica che aveva coinvolto il Sud Africa durante il vertice semestrale dell’Unione africana (Ua) a Johannesburg. All’incontro prese parte anche il presidente sudanese, Omar Al Bashir, sul quale pesano due mandati di cattura emessi dalla Cpi rispettivamente nel 2009 e nel 2010 a proposito dei drammatici fatti del Darfur. Già in quell’occasione, in seguito alle polemiche suscitate dalla partecipazione di Al Bashir e dal suo mancato arresto, Pretoria aveva minacciato di ritirarsi dalla Cpi. E il 21 ottobre scorso il ministro degli esteri sudafricano, Maite Nkoana-Mashabane, ha notificato l’atto di ritiro presso le Nazioni Unite. Il 28 ottobre anche il Burundi ha imboccato la stessa strada. Tre giorni prima, il 25 ottobre, era stata la volta del Gambia. L'intera vicenda fa emergere un punto chiave: per sopravvivere nell'attuale scenario geopolitico, segnato da nuove tensioni internazionali e dalla sfida del terrorismo, un’istituzione come la Cpi ha bisogno di un forte e sicuro sostegno a partire dal dialogo e della cooperazione degli stati membri, in modo da convincere anche gli stati più riluttanti. Solo così, allargando la partecipazione e la condivisione delle scelte e delle strategie, la Corte potrà continuare a essere uno strumento credibile per la difesa dei diritti umani.

di Alicia Lopes Araújo

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16 dicembre 2017

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