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Nuove possibilità
di storia

· Fra memoria e determinismo ·

Il rapporto del mondo ebraico con la storia è sempre stato, in realtà, assai problematico. Com’è noto, il paradigma storico, l’idea che i fatti storici siano determinati in maniera irripetibile dal contesto in cui avvengono, e che solo in questo modo possano essere letti, si afferma nella cultura occidentale nel Settecento, non soltanto attraverso la nascita di una storiografia “scientifica”, ma soprattutto determinando la storicizzazione di tutte le percezioni e il modo di pensare, trasformando tutti i campi del sapere e dell’agire dell’uomo. Nello spazio di un secolo, fra il Sette e l’Ottocento, quando nasce anche il termine di storicismo, nessuno riesce più a pensare se non in termini storici, se non collocando fatti e pensieri dentro il loro contesto temporale. 

Moses Mendelssohn (seduto a sinistra) in un’incisione tratta da un disegno di Moritz Daniel Oppenheim

Il pensiero filosofico stesso viene sottratto all’atemporalità in cui è stato immerso, divenendo storia della filosofia. L’agire degli uomini nel presente si comprende e assume senso solo in rapporto al loro passato. Nel mondo ebraico, tale processo si realizza con un certo ritardo e con modalità assai più problematiche.
Molto è stato scritto e detto sulle ragioni interne di questa specificità, sui motivi che hanno reso l’ebraismo così refrattario al pensiero storico. L’intero sviluppo del giudaismo — scrive Arnaldo Momigliano — conduceva a qualcosa di astorico, eterno, la Legge, la Torah. Il significato che gli Ebrei pervennero ad attribuire alla Torah uccise il loro interesse per la storiografia generale.
Si tratterebbe, così, di una tendenza insita nel pensiero ebraico, nel modo di rapportarsi alla divinità, nel concetto stesso di sacralità, legata al testo e non allo spazio, come è stato da molti sostenuto, e quindi volta a rendere il testo assoluto, fuori dal tempo e dallo spazio. Lungi dall’essere assente, però, la storia è molto presente nel testo biblico, che è un libro di storia, che racconta la storia degli ebrei.
Ma si tratta di una storia ritualizzata, mitica, che tende all’abolizione della temporalità. Ancor più radicalmente, con la diaspora, che abolisce radicalmente il nesso tra tempo e territorio, tra tempo e spazio, la storia viene posta al centro del pensiero teologico, ma viene sottratta alla temporalità e alla scrittura della storia, che non può che essere fondata su coordinate temporali.
Si crea così una distanza tra una memoria costantemente prescritta nell’ingiunzione biblica a “ricordare” e il fatto che questa memoria fosse declinata, nei testi rabbinici di commento, sempre e costantemente fuori dai confini temporali. L’ebraismo si tiene così lontano dalla tentazione di scrivere storia e di pensare in termini storici anche quando il mondo cristiano, a partire dal Rinascimento, inizia il suo lungo percorso progressivo di avvicinamento e di laicizzazione della storia.
Ma vi è anche un’altra ragione del ritardo con cui il mondo ebraico ha accesso alla storia, ed è nell’essere, questa, nata come storia politica, indissolubilmente legata a una dimensione politica, statale, che nel mondo ebraico della diaspora, privo di Stato e in una situazione di subordinazione, non può che essere assente. «Gli ebrei hanno anche risentito — scrive Roberto Bonfil — del fatto che, se si parla di storia nei termini della concezione evenemenziale della storia premoderna, essi non avevano una storia loro su cui riflettere».
Se tanto forte e tanto connaturata alle caratteristiche interne dell’ebraismo diasporico è la sua lontananza dalla storia, il suo ingresso nella storia non può non essere il frutto di una trasformazione radicale, tale da coinvolgere tutti gli aspetti del suo rapporto con il mondo, interno come esterno, e la sua stessa identità. Per questo, il cambiamento non inizia in genere nell’insieme del mondo ebraico, ma più specificamente in quel laboratorio di trasformazioni e di innovazioni che è la Berlino ebraica tra Sette e Ottocento, la Berlino dell’Haskalah e di Moses Mendelsohn, e poi la Germania della Wissenschaft. Ben presto il passaggio dalla filologia alla storia si sarebbe realizzato in pieno, fino a fare della cultura ebraica tedesca del  XIX secolo una cultura entusiasticamente storica.
Alla metà del secolo, Zacharias Fraenkel fonda il «Giornale per la storia e la scienza del giudaismo», e nel distinguere le caratteristiche di una storia specifica dell’ebraismo la definisce non come storia di stati o nazioni, formula con cui gli ebrei non potevano identificarsi, e nemmeno come storia di una minoranza passiva, ma come la storia di una «vigorosa capacità spirituale». Nell’impadronirsi della storia, il mondo ebraico ne muta così anche le caratteristiche, ne inventa nuove possibilità.

di Anna Foa

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18 febbraio 2020

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