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Nuova Zelanda al voto

· Confronto tra conservatori e laburisti ·

Circa tre milioni di neozelandesi sono chiamati sabato 26 novembre alle urne per le elezioni legislative. Anche in quest’occasione, il confronto sarà tra il Partito nazionalista conservatore di centrodestra (Nznp), di John Key, che ha vinto l’ultima consultazione elettorale di tre anni fa, e il Partito laburista (Nzlp), di Helen Clark, che prima del 2008 aveva governato ininterrottamente per nove anni.

Monarchia costituzionale parlamentare — il capo dello Stato è la regina Elisabetta ii, rappresentata da un governatore centrale, i cui compiti sono essenzialmente di tipo cerimoniale, mentre l’Esecutivo è responsabile davanti alla Camera dei rappresentanti, che costituisce la sola Camera del Parlamento ed è eletta a suffragio universale — la Nuova Zelanda è stata caratterizzata negli ultimi quarant’anni da una alternanza al Governo tra nazionalisti e laburisti.

Per spezzare il duopolio tra Nznp e Nzlp, un referendum popolare ha sancito il passaggio dal maggioritario uninominale al nuovo sistema di tipo proporzionale misto, con sbarramento al cinque per cento, permettendo così ai partiti minori di avere un ruolo sempre maggiore sulla scena politica. Gli elettori debbono esprimere due voti, uno per il deputato locale nel loro collegio e una preferenza di lista per il partito scelto. Il partito che ottiene la maggioranza alla Camera dei rappresentanti forma poi il Governo, mentre il leader della formazione politica vincitrice diviene automaticamente primo ministro.

La Nuova Zelanda è composta da sedici regioni, dodici delle quali governate da un consiglio regionale eletto dal popolo, mentre le altre quattro sono governate dalle autorità territoriali (il secondo livello di autorità amministrativa), che svolgono le funzioni di consiglio regionale. Alle ultime elezioni del novembre 2008 — nella ex colonia britannica le legislative si tengono ogni tre anni — il Partito nazionalista ottenne 58 seggi, seguito dai laburisti con 43, dai Verdi con 9, dai liberali dell’Act con 5, dal Partito maori (che rappresenta il 15 per cento aborigeno della popolazione) anch’esso con 5 e altri partiti minori con due.

Gli analisti concordano nel ritenere che il Partito nazionalista possa riconfermarsi per un secondo mandato. Gran parte della campagna elettorale è stata incentrata su temi economici, con la congiuntura che ha raggiunto anche l’arcipelago del Pacifico, dopo un lungo periodo di stabilità. Come conseguenza diretta della crisi economica globale, nel 2008 e durante i primi mesi del 2009 la recessione ha duramente colpito il Paese dei kiwi, che comunque rimane ai primi posti nel mondo per istruzione e mancanza di corruzione. La Nuova Zelanda ha un’economia fortemente dipendente dalle esportazioni e il calo generalizzato della domanda a livello mondiale ha inciso negativamente sui conti. Per fronteggiare l’impatto della crisi e la stagnazione economica, la Banca centrale ha deciso di abbassare più volte il tasso di sconto, una misura senza prece’ dell’Oceania. Anche se alla fine del 2009 l’economia ha fatto registrare qualche lieve miglioramento, il Paese è in affanno, soprattutto dopo il recente e inaspettato declassamento del rating operato da due delle principali agenzie internazionali (Fitch e Standard&Poor’s), che hanno tolto a Wellington la tripla a, sostituendola con aa+ e outlook negativo. L’ultimo taglio sulla valutazione del debito sovrano subito dal Paese era stato nel 1998, da parte dell’agenzia di rating Moody’s. Alla base del downgrade, Fitch ha citato il pesante indebitamento in valuta estera e l’aumento delle spese governative. Il rapporto tra debito in valuta estera e prodotto interno lordo risulta essere dell’82 per cento, cioè oltre il 10 per cento in più delle media degli altri Stati con rating aa+. A preoccupare maggiormente le due agenzie di rating statuntensi, è anche la situazione delle partite correnti (l’eccesso di import rispetto all’export), con la bilancia già in forte passivo, ma che nel 2012 dovrebbe sfiorare il 5 per cento e il 5,5 per cento nel 2013. E tutto questo, con un tasso di crescita lento e inferiore a quello della stessa Oceania, dato che negli ultimi cinque anni la Nuova Zelanda ha avuto una’crescita media annua dello 0,7 per cento.

Alla vigilia del voto, la Nuova Zelanda si trova così a fronteggiare problemi economici ben noti in Europa e in America: stretta creditizia, deficit di crescita, famiglie indebitate e disoccupazione, soprattutto giovanile. Al centro del dibattito elettorale ci sono state, quindi, le ricette per affrontare al meglio la crisi: l’innalzamento dell’età pensionabile, le dismissioni dei beni dello Stato. Sullo sfondo anche le emergenze provocate dal terremoto di magnitido 6,3 sulla scala Richter, che a febbraio ha investito e devastato la città di Christchurch, uccidendo 181 persone, e la recente marea nera di petrolio fuoruscita da una nave container incagliata al largo di una baia turistica nei pressi della barriera corallina di Astrolabio, zona rinomata per la ricchezza della flora e della fauna.

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