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Speranze
per la Chiesa in Iraq

· ​I cristiani cercano di ritornare nei loro villaggi ·

«In un paese dove siamo abituati a tante cattive notizie, il fatto che sia stata inaugurata e dedicata una nuova chiesa è un grande segno di speranza»: è quanto ha dichiarato l’arcivescovo Alberto Ortega Martín, nunzio apostolico in Giordania e in Iraq in merito alla consacrazione della chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo a Erbil, in Iraq.
Secondo il presule, la consacrazione della chiesa è senza dubbio una buona notizia. «Tra l’altro — ha ricordato monsignor Ortega Martin — è una chiesa che si trova ad Ankawa, un quartiere cristiano della città di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Si tratta di una zona dove ci sono parecchi cristiani e in particolare parecchi rifugiati cristiani: tanti di loro potranno partecipare così più facilmente alle attività della chiesa, alla messa e alle celebrazioni. È un edificio molto grande e bello. È un bel gesto che dimostra che la Chiesa continua, ha vitalità e che si va avanti nonostante le difficoltà».
Questa nuova chiesa per i cristiani iracheni ha un grande significato. «In Iraq — ha dichiarato il nunzio apostolico a Radio vaticana — il tema del martirio si vive molto da vicino perché qui i cristiani, anche per loro diretta esperienza, sanno cosa siano le difficoltà e persino le persecuzioni. E tanti di loro hanno perso tutto per mantenere la fede. Avere allora come patroni della chiesa questi grandi santi, che hanno dato la vita per il Signore, senz’altro per i cristiani d’Iraq è un grande incoraggiamento ed esempio».
E proprio durante la messa nella nuova chiesa, il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël i Sako ha esorato e incoraggiato tutti i cristiani a rimanere nel proprio paese, a essere una presenza buona in Iraq nonostante le difficoltà. «L’inaugurazione di una nuova chiesa — ha spiegato l’arcivescovo Ortega Martin — dà tanta speranza alla gente: la invita a vivere la fede che è ciò che può permetterle di continuare la propria missione. L’importante è che i cristiani, come diceva anche il patriarca, rimangano attaccati alla fede e alla loro terra, alla loro patria, continuando nonostante le difficoltà a fornire quel contributo prezioso che possono dare per il bene non soltanto della Chiesa, ma anche dell’intera società. In molti vogliono rientrare nei loro villaggi che sono stati liberati: adesso si deve pensare a ricostruire».

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09 dicembre 2019

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