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Nuova evangelizzazione e carità per lo sviluppo dei popoli

· L’intervento della Fondazione Populorum Progressio a favore dell’America Latina e dei Caraibi ·

Dove un pozzo d’acqua, dove l’avvio di una cooperativa per sviluppare lavoro, una scuola, una medicheria o anche soltanto una sala per consentire le riunioni di quartiere. Sono alcune tipologie dei 189 progetti da realizzare nel corso dell’anno in alcuni Paesi dell’America Latina. Il loro finanziamento è stato approvato nei giorni scorsi dal consiglio di amministrazione della fondazione Populorum Progressio, che, riunitosi a Belém do Pará, è stato presieduto per la prima volta dal cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, del quale fa parte la fondazione. Alla soddisfazione per l’avvio di lavori ritenuti indispensabili nelle zone interessate si è però aggiunto il rammarico per non aver potuto rispondere a tutte le richieste pervenute, 216 in totale. «Le risorse a disposizione purtroppo scarseggiano e dunque non possiamo fare di più» dice monsignor Segundo Tejado Muñoz, sotto-segretario del dicastero, in questa intervista rilasciata al nostro giornale al suo rientro dal Brasile.

Lei parla di fondi che scarseggiano. Ma da dove provengono?

La Populorum Progressio ha la possibilità di finanziare questi progetti grazie alla generosità della Chiesa italiana, attraverso il «Comitato per gli interventi caritativi in favore del terzo mondo» principale organismo sostenitore del lavoro della medesima. Dei 216 progetti presentati, ne sono stati approvati 189, per un valore complessivo di 2.102.500 di dollari statunitensi. Alcuni dei progetti presentati non possedevano i requisiti e i criteri stabiliti dalla fondazione; altri, per mancanza di fondi, hanno visto ridotta la cifra iniziale richiesta.

Come e da chi giungono le richieste?

Generalmente arrivano attraverso i vescovi locali che fanno parte della fondazione stessa. Sono loro il terminale delle domande di aiuto che vengono rivolte alla Chiesa. Sono loro che hanno in mano il polso della situazione.

Dunque da ogni richiesta si può anche avere un’idea dei mutamenti sociali in ogni singolo Paese?

Sì, inoltre riunioni come quella appena conclusa servono a entrare più a fondo nel merito. A Belém do Pará, tanto per rifarci all’avvenimento più vicino nel tempo, ogni vescovo ha riferito sulle conseguenze che l’attuale crisi mondiale ha avuto nei rispettivi Paesi e nel Continente.

E a quali conclusioni siete giunti?

Innanzitutto a una riflessione, che a sua volta ci ha portati a ritenere che questa crisi, con le sue ripercussioni nei Paesi del continente, non è imputabile solo a fenomeni quali l’espansione monetaria o l’aumento incontrollato del credito. Essa è dovuta anche, e forse soprattutto, all’imposizione, a queste popolazioni, di modelli occidentali. Per esempio è stato denunciato il fatto che le ideologie contrarie alla famiglia e contro la vita entrano con grande forza e aggressività nel Continente latinoamericano, promosse in una certa misura anche dagli stessi governi locali.

Quali problematiche richiedono particolare attenzione in questo momento?

Innanzitutto quelle legate alla vita dei campesinos, delle popolazioni indigene e afro-americane dell’America Latina e del Caribe. In secondo luogo credo sia urgente affrontare la questione dell’eccessiva urbanizzazione nel continente. Se ne è discusso a lungo durante la riunione. Lo spostamento di masse ingenti di campesinos che cercano nelle grandi città quella qualità di vita per loro stessi e i loro figli che l’ambiente rurale non è in grado di offrire o garantire è sicuramente un grande problema. Questo processo infatti ha contribuito a creare quelle grandi e mostruose periferie, dove regnano la delinquenza e la miseria, e dove queste minoranze, soprattutto indigene, diventano ancora più vulnerabili. Legato a questo fenomeno, come è stato sottolineato, c’è il problema delle sétte, presenti soprattutto accanto a queste popolazioni più deboli ed emarginate. La possibilità da parte nostra di visitare alcune di queste periferie è stata l’occasione che ci ha permesso di toccare con mano un dato molto importante: dove la Chiesa non riesce a essere presente per mancanza di mezzi, o risorse economiche e umane, le sétte proliferano in modo esponenziale. D’altra parte, laddove le diocesi riescono ad essere presenti sul territorio in modo «solido» e ben piantato, le sétte diminuiscono.

E cosa può fare la Chiesa?

C’è bisogno di un processo di nuova evangelizzazione, come auspicato dal Papa stesso, per dare a queste persone un sostegno non solo materiale, ma che abbia anche un contenuto evangelico, che sappia dare risposte vere alle attese più profonde della loro religiosità; aspetto che, se trascurato, diviene facile preda dell’offerta del «Supermercato delle sétte».

E in quale modo la Chiesa può farsi ancor più presente?

C’è bisogno di riproporre le questioni della fede, della vita e della famiglia all’interno del dibattito pubblico e del lavoro sociale in modo che la carità possa contribuire a dare orientamento alla giustizia per impedire che il mondo possa soccombere sotto logiche disumanizzanti. Il Vangelo resta il decisivo fattore di sviluppo e, di conseguenza, la Chiesa apporta allo sviluppo il suo contributo quando annuncia, celebra e testimonia Cristo, cioè quando adempie alla sua missione.

Quindi quali prospettive si possono intravedere nel prossimo futuro per l’America Latina e i Caraibi?

Tutto può dipendere dall’impegno di ciascuno di noi. C’è veramente bisogno di dare impulso a una nuova evangelizzazione che faccia delle opere di carità il suo punto di credibilità, come descritto negli Atti degli Apostoli. Queste opere davano attendibilità all’annuncio della buona notizia, e aprivano l’orecchio all’ascolto degli Apostoli, focalizzando sull’uomo il punto d’arrivo dell’azione pastorale; cioè la persona, nella sua integrità. Ciò significa sottrarre i fenomeni sociali a un vano determinismo, collocandoli entro un corretto modello antropologico: un modello di sviluppo che non dimentichi che l’uomo è un cittadino terrestre, ma che è anche un cittadino celeste. Solo intendendo lo sviluppo come una vocazione, una chiamata, si può sperare di avere ancora margini di cambiamento e soprattutto di trasformazione.

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20 settembre 2019

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