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Bombe sul Vaticano

· L’attacco aereo del 5 novembre 1943 in documenti inediti dell’archivio Nogara ·

Molto si è scritto sul bombardamento, ancora in parte misterioso, compiuto il 5 novembre 1943 alle ore 20.05 da un aereo sconosciuto che sganciò quattro bombe dirompenti, di media grandezza, sul lato dei giardini vaticani che guarda verso il Gianicolo. Le bombe colpirono la stazione ferroviaria vaticana, il laboratorio del mosaico e, infine presero di striscio, sul retro, il Palazzo del Governatorato, allora adibito non solo a uffici ma anche ad abitazioni private. 

Una recente pubblicazione 1943 bombe sul Vaticano a cura di Augusto Ferrara (Libreria Editrice Vaticana, 2010) ha raccolto numerose foto dell’epoca, articoli di giornali e qualche testimonianza dei pochi ancora in vita. Manca invece una testimonianza diretta di coloro che subirono i danni più gravi nella loro casa e scamparono alla morte per un vero miracolo.

Lo studio di Monsignor Domenico Tardini  dopo il bombardamento del 5 novembre 1943

Bernardino Nogara, all’epoca delegato all’Amministrazione speciale dei beni della Santa Sede, abitava al secondo piano del Palazzo del Governatorato in un vasto appartamento che aveva posto a sua disposizione il Papa Pio XI nel 1930. L’appartamento Nogara, assieme al cosiddetto Appartamento reale, situato al primo piano del Palazzo del Governatorato, fu quello che ebbe a soffrire i danni maggiori: tutti i vetri rotti, finestre e porte divelte, muri spostati. Occorsero quasi due mesi per poterlo rendere ancora abitabile.
Riordinando le carte del ricco archivio della famiglia Nogara — archivio dichiarato di interesse storico nazionale — ho trovato una busta contenente alcune foto dell’Appartamento reale in rovina, una scheggia di bomba, e, quel che più importa, due lettere di Ester Nogara Martelli, consorte colta e intelligente di Bernardino, con le quali descrive il bombardamento e come lo vissero coloro che avrebbero potuto esserne vittime sicure. Le lettere sono scritte ai familiari che erano sfollati a Bellano sul lago di Como: in quei tragici mesi, poste e telefono quasi non funzionavano più; occorreva attendere un viaggiatore che risalisse a Nord per affidargli della corrispondenza oppure bisognava affidarsi al corriere settimanale della Banca commerciale italiana che faceva la spola tra Roma e Milano. Solamente nel pomeriggio del 6 novembre Bernardino Nogara riuscì a telegrafare ai familiari in Lombardia poche parole ma sufficienti per assicurare che non vi erano né vittime né feriti.
La stampa dell’epoca, ispirata dal governo della Repubblica di Salò, diede subito, il giorno 6 novembre, la notizia con grande risalto ma con pochi dettagli, attribuendo, senza manifestare dubbi, il bombardamento agli alleati angloamericani e facendo piombare i familiari Nogara in profonda angoscia. Lo sfruttamento propagandistico dell’evento fu immediato, ma presto cominciarono a circolare voci che ideatore dell’incursione aerea sarebbe stato il gerarca fascista Roberto Farinacci. Anche in alcune sue lettere Bernardino Nogara attribuisce il bombardamento al “ras di Cremona”.
Grazie alle lettere con cui Ester Nogara, pochi giorni dopo, poté dare molti particolari di quella tragica giornata, possediamo oggi precise e preziose testimonianze di come vissero quel bombardamento gli abitanti del Palazzo del Governatorato.
Assieme alla consorte, Bernardino Nogara si era appena seduto a tavola per pranzare in fondo a un corridoio esposto a sud ove si erano ristretti per avere un po’ più di calore essendo stato deciso che nell’inverno 1943 negli edifici vaticani non vi sarebbe stato riscaldamento per risparmio e per solidarietà con le privazioni cui l’intera città di Roma era sottoposta. In quel momento — erano le 20.05 — successe il finimondo. La prima lettera di Ester Nogara è diretta alla figlia Antonietta Osio e porta la data del 14 novembre, segno evidente che non si era potuto prima trovare un mezzo fidato per far giungere la corrispondenza.
Scrive Ester: «Era proprio il mio cruccio il pensiero della vostra ansietà per noi in quelle ore; avrei voluto avere per me una radio trasmittente per farvi sapere subito che eravamo sani e calmi: sì, proprio anche calmi, perché non avevamo che da ringraziare il Signore dello scampato pericolo. La nostra incolumità ha proprio del miracolo: lo spostamento d’aria nel corridoio ha rotto tutti i vetri delle porte a vetrate, spostato i tavoli di marmo in fondo, rotto il muro in fondo sempre al corridoio e noi ci trovavamo in mezzo a questa bufera diritti e sani! La zona di servizio è tutta da rifare e ritoccare e ancora in più parti mancano imposte, persiane, telai: ieri sera però si è potuto avere la porta d’ingresso e questo ci salva dalle troppo forti correnti d’aria. Ora siamo al fronte anche noi né più né meno di tutti voi, e in fondo saremmo stati troppo privilegiati. Credo che potremo corrispondere ancora un bel po’: è una consolazione per noi; ma i tedeschi diventano sempre più padroni in questo tempo. Voi mi scrivete che lassù c’è quasi calma mentre le notizie che giungono a Roma sono piuttosto terrificanti: stato di emergenza, gli amici di Gina (Sacerdoti) in fondo al lago, fucilazioni di personalità a Lecco, ecc.».
La seconda lettera, più ricca di dettagli, è scritta alla nipote Alessandra Osio, allora quindicenne: «C’è ancora la tua nonna e tutta intera, senza nemmeno una graffiatura e nemmeno troppo, troppo spaventata, perché il nonno e io, senza neppure guardarci in faccia e vedere se eravamo tutti interi, siamo corsi nel corridoio di servizio da dove uscivano le grida delle due donne. Giunti in guardaroba ho visto due gambe che si agitavano sotto al letto: erano quelle della cameriera che si era rifugiata là sotto, non so se portata là sotto dallo spostamento d’aria o se rifugiatasi: vi ho lasciato il nonno perché lui la tirasse fuori coi dovuti riguardi perché tutta la stanza era piena di vetri e di pezzi di porte e finestre: io sono corsa a cercare la Fanny che trovai nel nostro corridoio tutta impaurita. Ho ubriacato l’una e l’altra di cognac e ho lasciato che mi raccontassero per lasciarle sfogare: poi sono andata a vedere i disastri, e ritornata poi da loro è cominciata la tremarella a me e allora mi sono bevuta un dito di cognac anch’io».
«Dopo ho telefonato a zio Bartolomeo (Nogara, allora direttore generale dei Musei vaticani) e a zia Maria che poco si erano accorti del colpo e che mandarono poco dopo l’Antonio. Poi ho telefonato a zia Elisa (Osio). E infine ci siamo messi tutti noi, cioè io, nonno e Antonio a cercare di chiudere come meglio si poteva qualche finestra e ad accostare un armadio alla porta d’entrata di servizio perché della porta non c’era neanche più la traccia, avendo portato via anche un po’ del muro. Io poi ho completato le valigette che tenevo già quasi pronte e siamo andati a dormire dagli zii al cortile di San Damaso, tutti naturalmente, fuorché il canarino che se ne è rimasto tutto solo a custodire la casa. Ci siamo coricati, a mezzanotte, coricati non addormentati, ma la mattina alle 7 ero in S. Pietro; come il solito sono entrata dalla Sagrestia, e là comincio a pestar vetri, nel corridoio c’erano a monticelli, nell’interno della nostra cara Basilica, vetri, vetri, e vetri e quando istintivamente mi portai verso l’abside e vidi la raggera del Bernini tutta a buchi, Sandra mia, ho pianto ma proprio per davvero. Sconsolata come ero venne monsignor Arborio Mella (allora Maestro di Camera di Sua Santità) a consolarmi tanto affettuosamente e poi, come il solito, ascoltai la sua Messa che con quel libricino, uguale a quello che ti ho mandato, si può seguire tanto bene perché la pronuncia tutta a voce alta, sentita, raccolta, lasciando il tempo di riflettere e pregare. E poi sono tornata alla nostra casa, un mucchio vero di macerie e zia Elisa quando venne si mise a piangere e così la Pia (Salerno Mele, amica di Ester). Io pure: ero troppo riconoscente a Dio che ci aveva protetti miracolosamente e che in fondo non mi aveva castigato che nell’orgoglio della mia bella casa che avevamo finito allora, allora di lucidare, ornare e mettere nell’assetto invernale. Ci avevamo lavorato per quindici giorni: ora ne avremo almeno fino a Natale, pazienza! Domenica contavamo passare nelle solite sale dove avevo messo anche le tende nuove! Queste sono andate in briciole, tutte, neppure un pezzetto godibile di tutte: alcune volate in giardino, altre sui lampadari. Ma quello che è strano è che non uno specchio, non un quadro si è staccato dalle pareti e non un mobile è rimasto scheggiato neppure nella parte di servizio. Il canarino che stava accanto alla nostra tavola da pranzo, tavola che rimase coperta di briciole e frammenti di vetro, non ebbe un pezzetto di vetro e in piedi rimasero le bottiglie dell’acqua e del vino mentre io mi sentivo spinta verso il corridoio. Ma che disastro nell’Appartamento reale e giù negli uffici e giù nelle cantine: la nostra era tutta irrorata di vino nostro, e di vermouth e maraschino proveniente fin da noi dal magazzino provviste del Governatorato, e coi muri cadenti e tubi penzolanti. La bomba era caduta a sei metri dal palazzo, sulla strada tra la casa e l’aiuola ed era una bombetta! Imperterrito è rimasto il busto di Pio XI ma tutto l’atrio era un mucchio di vetri e le porte degli uffici asportate completamente e gli stipiti in marmo delle porte a pezzi. Senza vetri il Collegio Etiopico, la casa del Cardinal Canali, e sulla terrazza del “mosaico” una gran buca che va a finire in quel gran corridoio in cui ci sono tutti i cassettini contenenti le migliaia di gradazioni di vetro pietrificato per comporre i mosaici. Naturalmente tutto è sconvolto e molti lavori spaccati irrimediabilmente. Ora in tutte le case, in tutti gli appartamenti si lavora intensamente. A detta degli operai il nostro è il più danneggiato. Si sta rifacendo tutta la parte di servizio, e si gira, si trasporta, si trasloca di qui e di là, e ormai non esco più che alla mattina per la Messa: si ha continuamente bisogno di me e passo tutta la mattina senza riuscire a sedermi un minuto. Fa freddo molto e si salta volentieri: tengo il guanto di lana sulla mia mano destra perché non si intorpidisca di più, e tengo sempre il paltò di lana per ripararmi dalle correnti che vanno diminuendo man mano che si rimettono i vetri. Il nostro tormento era di non riuscire a farvi avere nostre notizie. La radio vi aveva annunziato il disastro, vi aveva detto che non c’erano vittime, ma in voi sarà rimasto certo il dubbio che fossimo feriti, o anche così spaventati da starne male poi. Proprio eravamo tormentati, abbiamo telegrafato, abbiamo scritto e non c’è partenza conosciuta alla quale non si affidi qualche lettera per voi. Ti abbraccio mia cara e sentiamoci più che mai vicini».
Secondo quanto raccontato dai nonni Nogara al nipote Bernardino, poco dopo l’esplosione delle bombe giunse a ispezionare gli effetti anche monsignor Giovanni Battista Montini, allora sostituto alla Segreteria di Stato. Il quale, constatati i gravissimi danni subiti dall’appartamento dei Nogara, mise a loro disposizione una piccola abitazione nel cortile di San Damaso, non lontano dalla Segreteria di Stato. E in tale appartamento i coniugi Nogara abitarono fino al Natale 1943 quando, terminati i lavori di restauro, poterono riprendere possesso della loro casa nel Palazzo del Governatorato.

di Bernardino Osio

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