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Nove fotografi interpretano
i Musei vaticani

· In una mostra a Milano ·

Sono state tre voci femminili a portare Milano nel cuore dei Musei vaticani. Un cuore pulsante, perché di vita si tratta ogni volta che il fotografo immortala ciò che naturalmente muore. Apre a Palazzo Reale In piena luce. Nove fotografi interpretano i Musei vaticani. Le curatrici Micol Forti e Alessandra Mauro hanno presentato mercoledì 23 un’esposizione che testimonia la dinamicità di un’istituzione tanto antica. A inserirsi nella Photo Week del capoluogo lombardo è un progetto la cui genesi ha richiesto l’impegno di anni. E una convinzione: la fotografia non costituisce solo l’elemento chiave della comunicazione moderna, ma un’espressione artistica ormai imprescindibile. Includerla nei Musei comporta quindi un suo riconoscimento e una loro trasformazione: conservare capolavori non basta, perché il genio umano è sommovimento, apertura, ricerca ininterrotta. Barbara Jatta, direttrice dei Musei vaticani, ha sottolineato il salto di qualità. Nasce il primo fondo fotografico all’interno della Collezione di Arte Contemporanea, voluta dal beato Paolo VI per intensificare il dialogo tra Chiesa e modernità. Si è scelto di cominciare da un esercizio di committenza: non semplicemente dall’acquisto di opere, ma dalla decisione di commissionare un lavoro, convocando degli artisti per un preciso mandato. Così avviene un vero incontro e inizia un rapporto di contaminazione, interrogazione e arricchimento reciproci. Operazione ancor più audace se oggetto di studio diviene il committente stesso: è stato chiesto a nove maestri della fotografia di interpretare i Musei vaticani, pronti quindi a rileggersi nello sguardo altrui. 

Arte che genera arte, in continuità — ha osservato l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo Del Corno — con l’antica pratica della “copiatura dal vero”, che vide artisti tra i più celebri creare opere a partire da altre opere, in un ripetere che interpreta e accresce i loro significati molteplici. Ugualmente la fotografia non solo riproduce, ma dice in modo nuovo la realtà. «Commissionare ad un gruppo di “voci” e di “occhi” del panorama artistico internazionale una sorta di reportage— – scrive Barbara Jatta — avendoli identificati per l’affinità della loro ricerca ai temi del progetto: ecco la sfida. Essi «in piena autonomia e in momenti distinti, hanno affrontato diversi aspetti: dai visitatori, alle opere, dalle architetture ai depositi, da ciò che è visibile a quanto è lontano dallo sguardo del pubblico». Si tratta della prima volta che un museo fa realizzare su commissione una produzione di questo tipo, di cui è indissolubilmente soggetto e destinatario.
L’allestimento milanese conduce anzitutto al forte impatto con la sequenza Spazio e Materia di Massimo Siragusa, fotografo abituato a concentrare lo sguardo sui luoghi della città contemporanea e qui sulla maestosità e l’armonia cromatica di sale e ambienti di snodo dei Musei. «Attraverso un disorientante lavoro sulla luce, gli spazi appaiono come grandi contenitori divelti dal tempo storico e dalla vita reale, che raccordano tra loro opere e secoli». Di raccordi e connessioni parlano anche i capolavori di Alain Fleischer, che si è mosso come un visitatore «affascinato dalla scoperta delle relazioni che le opere intrattengono tra loro e con il contesto architettonico che le contiene». Il suo lavoro si distende di sala in sala, divenendo filo conduttore dell’intero percorso in un gioco continuo di giustapposizioni.
Sul ruolo del visitatore s’interroga invece da anni Francesco Jodice, così che il suo contributo per l’occasione s’inserisce a tutto tondo nel progetto di costruire una sorta di ritratto senza fine del “viandante museale”. Il fotografo ha quindi scelto cinque diverse cornici, trasformandole in veri e propri set fotografici e chiedendo a singoli o a gruppi di persone di mettersi in posa, gli occhi nell’obiettivo. Ne è venuto un atlante di volti, ricco della multiculturalità che abita i Musei in giornate qualsiasi. Agli antipodi con questo sta l’interesse di Antonio Biasucci, unico tra i nove autori a esser sceso nei depositi, in particolare nel Magazzino delle corazze, ambiente grande e circolare che custodisce statuette, teste e frammenti della classicità. La sua attenzione è andata a una trentina di reperti, con cui ha instaurato un dialogo intimo, coinvolgente e rappacificante: l’assemblaggio d’immagini crea quasi un mosaico, un insieme parlante la profondità del bianco e nero.
Cromaticamente sgargianti, invece, sono gli scatti di Martin Parr, che in due diversi periodi del 2015 si è immerso discretamente tra la folla, così da afferrare gli aspetti più spontanei e paradossali di una società che lo interessa e lo affascina. Nessun set né messa in posa, ma uno sguardo ironico e profondo sull’umanità dei selfie e dello stupore. A tema è il turismo di massa, che sembra stravolgere ogni spazio, tempo e percezione, eppure «affronta i Musei come una vera e propria meta di pellegrinaggio e li attraversa dando vita a un campionario di atteggiamenti e gestualità, talvolta in risonanza con i capolavori che li circondano». Al senso di “pieno” nelle opere di Parr corrisponde per contrasto la concentrazione di Rinko Kawauchi sugli angoli vuoti, i punti di transito, le crepe sui muri, le tracce lasciate dei visitatori. Intervalli spazio-temporali racchiusi nella serie Echo a generare suggestioni in cui silenzio e contemplazione hanno la meglio sulle rumorose moltitudini. La fa eco Mimmo Jodice, che passeggiando tra le statue di epoca romana ha puntato l’obiettivo su una serie di teste, scelte in un dolce “a tu per tu” con ciascuna. «Questi Volti della memoria, di donne, di uomini di fanciulli malinconici, che ci guardano o guardano accanto a noi, sono testimoni di quella specialissima capacità antropologica, “magica”, dei musei, di riattivare lo sguardo verso il passato-presente, di essere, davvero, luoghi di incontro».
Forse il più arduo dei contributi è stato quello richiesto a Bill Armstrong, che ha dovuto cimentarsi con la Cappella Sistina: l’ha fatto dimostrando quanto possa spingersi lontano la capacità umana di interpretare. È il punto chiave della mostra, da cui viene un interessantissimo indirizzo alla collezione che nasce con essa: le opere d’arte e la realtà tutta meritano di essere rivisitate col filtro della propria personalità. Il procedimento di Armstrong isola le figure, le porta su potenti sfondi colorati, gioca di dissolvenze, fotografa le fotografie e poi le sfuoca. E per questa via pone interrogativi. Armstrong racconta, non meno di Peter Bialobrzeski, che dall’alba al crepuscolo ha immortalato il riverbero della luce sui corpi architettonici dei Musei, il rapporto tra arte e città, tra dentro e fuori, tra passato e presente. Ricordando con emozione il primo incontro in Vaticano con Micol Forti, Alessandra Mauro testimonia a coronamento del percorso quanto “In piena luce” l’arte sappia portare la parola di ciascuno. Ogni lettore — lo intuì Levinas — è anche scrittore: «Tutto si svolge come se ogni persona, con la sua unicità, assicurasse alla rivelazione un aspetto unico della verità, e come se alcuni dei suoi lati non si sarebbero mai rivelati nel caso in cui determinate persone fossero mancate nell’umanità». A che servirebbe, altrimenti, la fotografia? Miliardi di scatti, ogni giorno, a trattenere ciò che mai così è stato visto prima.

di Sergio Massironi

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20 aprile 2019

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