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Nostalgia di Gesù per noi

· ​Nel mistero dell’Ascensione del Signore ·

Nell’evento reale e trascendente della risurrezione, storia e fede anziché allontanarsi s’incontrano su un sottile confine, per diventare accessibili in modi diversi. Alla constatazione storica della scomparsa di Gesù dallo spazio del mondo — «Non è qui» (Marco, 16, 6) — corrisponde l’affermazione della fede riguardo il suo ingresso nella sfera divina: «È asceso al cielo» (Atti degli apostoli, 1, 11). Dunque, assenza dalla terra e presenza in Dio di una persona, del Figlio «nato da donna, nato sotto la Legge» (Galati, 4, 4), nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Colossesi, 2, 9).

Alla luce di questi essenziali asserti biblici, che ci invitano a credere all’identità storica e divina di Gesù di Nazaret, sorge l’interrogativo: che fine ha fatto quel corpo, nato al mondo dallo Spirito Santo e da Maria Vergine? Qual è il senso della sua scomparsa e di questa nuova presenza in Dio?

Colui che era in principio presso Dio, e ha abitato in mezzo a noi, è tornato al Padre: ora è rivolto al suo seno (cfr. Giovanni, 1, 1-18). Grazie alla sua venuta nel mondo, il Figlio ha rivelato che «Dio è amore» (1 Giovanni, 4, 16) e, donando se stesso, è rimasto nel mondo mediante lo Spirito. Adesso, con il suo ingresso nella sfera di Dio, insieme alle ferite ricevute in casa dei suoi amici (cfr. Zaccaria, 13, 6), conserva la sua umanità, ricevuta da Maria e trasfigurata dall’amore pasquale. Perciò, mentre diciamo che il suo farsi uomo e morire è stata kénosis (cfr. Filippesi, 2, 7), ovvero spoliazione, abbassamento e annientamento — usando una metafora, perché Dio non si svuota, né si annulla, in senso proprio — così pure, sempre in modo analogo, potremmo dire che Dio si è arricchito della nostra umanità, trascinando in sé il corpo del Figlio. Segno ne è il novum dell’umanità crocifissa e glorificata che, con l’ascensione di Gesù, entra per sempre nella Trinità, dopo la discesa nella oscura profondità della morte.

Ciò non significa che a Dio manchi qualcosa, ma che, nella libertà del suo amore onnipotente, Egli è capace non solo di creare, ma anche di accogliere novità. In questo senso Hans Urs von Balthasar scrive che «attraverso l’oikonomia qualcosa è diventata “altra” anche nella vita intima di Dio» (Teodrammatica), e giustamente precisa Luis Francisco Ladaria Ferrer: «Dio, che non si perfeziona né cresce in alcun modo con l’economia della salvezza (non insisteremo mai abbastanza su questo punto), a partire da essa conduce la sua vita trinitaria in una maniera — almeno secondo il nostro avviso — “in qualche modo nuova”. È la conseguenza dell’assunzione dell’umanità da parte del Figlio. Le relazioni costitutive della Trinità sono ora relazioni delle altre persone con il Figlio incarnato» (La Trinità, mistero di comunione).

Non possiamo dimenticare quindi che ciò che Dio fa per noi, in primo luogo e ultimamente riguarda Lui. Proprio in quanto riguarda Lui, ne viene la salvezza a noi, mediante lo Spirito, attraverso il suo Corpo che è la Chiesa. Di fronte al mirabile evento dell’ascensione di Gesù, il cuore dei discepoli è ricolmo di gioia e di speranza: «Quella gioia di sapere che la nostra umanità è entrata in cielo: per la prima volta!», come ha ricordato Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata venerdì 6 nella cappella della Casa Santa Marta.

Di conseguenza, quando noi pensiamo a Gesù con nostalgia — poiché egli è stato tra noi e se n’è andato — in realtà guardiamo con speranza al giorno in cui lo incontreremo. Noi, che lo amiamo pur senza averlo visto (cfr. 1 Pietro, 1, 8), non possiamo che aver nostalgia del futuro. Invece, proprio Lui — Gesù — che è stato in questo mondo, ha ragione di aver nostalgia di noi. Come immagina Jorge Luis Borges, egli pensa tra sé, con struggente tenerezza: «Ricordo a volte e rimpiango l’odore di quella bottega di falegname» (Giovanni 1, 14, in Elogio dell’ombra).

di Maurizio Gronchi

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22 maggio 2019

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