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La sua presenza
viva tra noi

· Il film di Olmi sul cardinale Martini ·

Quanto sto per scrivere si è reso improvvisamente chiaro la mattina del 15 febbraio, alzando lo sguardo su una quarantina di poveri, dopo aver baciato l’altare in una specie di garage. Casa Betania: il sole inonda gli scarti di una metropoli competitiva, che la carità di tre suore ha sottratto alla strada e tra queste mura accudisce. Da un pilastro di cemento, durante il segno di croce, mi attrae il volto del cardinale Carlo Maria Martini. Intravvedo, sotto la fotografia, la sua inconfondibile calligrafia: una dedica e poi la firma, nome familiare, vicino, vivo. Il mio pensiero corre alle prime immagini di Vedete, sono uno di voi, il film di Ermanno Olmi, in anteprima alcuni giorni fa nel duomo di Milano: le pale di un ventilatore, la goccia di una flebo, un letto e una sedia vuoti, la penombra, il silenzio. Preferisco la realtà che ora mi avvolge — il sole, i rumori, il disordine — sebbene questi sguardi raccontino molte ferite. Il cardinale, in cielo, compie oggi novant’anni. Quaggiù, la Chiesa che ha servito rimane in movimento e lo ama sempre più. La distanza cronologica e il distacco fisico, paradossalmente, intensificano la conoscenza. Cadono i se e i ma e s’avverte l’imponenza di una presenza che non cessa di accompagnare.

A un primo impatto, il nuovo film spinge Martini indietro, nel regno dei morti, in un secolo chiuso e oscuro, che una mole di materiali d’archivio consente di ripercorrere. Tuttavia, mentre osservo il suo sorriso e introduco la liturgia, avverto che non è così. Riconosco nei derelitti con cui sto pregando le espressioni immortalate dalle riprese dell’arcivescovo in carcere: Olmi le inserisce nella sua opera come fondamentali. Tra poco più di un mese, Papa Francesco varcherà a sua volta le porte di San Vittore e s’inabisserà nella medesima umanità che invoca redenzione. Marco Garzonio, biografo del cardinale e collaboratore del regista nella costruzione del documentario, insiste sul filo rosso che lega i due gesuiti. «È stata l’elezione di Bergoglio a farmi decidere di realizzarlo. In lui ho visto la continuità con il messaggio espresso da Martini». Per parte mia avverto che non comprenderei l’immensità del luogo in cui sto celebrando, senza aver visto tra i poveri questi due servi della Parola.

Penso ai miei alunni liceali. Credo che il film li annoierebbe a morte: non, però, il rimboccarsi le maniche insieme a un professore. Amano i maestri che scendono dalla cattedra, senza fingersi amici. Martini suscitava rispetto, venerazione; la sua fondamentale timidezza non ne faceva un uomo del contatto fisico, eppure il suo corpo parlava e calamitava. La voce aveva una certa monotonia; non seduceva: invitava. Alla cattedra, si può dire, il cardinale non si attaccò: era come se, occupandola, per certi versi intendesse lasciarla vuota. Sapeva di non dover sostituire il Maestro interiore, cui era intento a cedere l’insegnamento, ogni volta che scendeva con i suoi interlocutori a condividere la fatica della ricerca. Fu proprio in carcere che capii io stesso, per la prima volta, la potenza del suo metodo. Essa non veniva dai libri, da schemi intellettuali, dalla formazione raffinatissima, ma dalla rivincita di una realtà abitata dallo Spirito. Essere mandati in prigione, dal Seminario, fu per noi fondamentale. Martini da quasi vent’anni educava la diocesi alla lectio divina: tra i detenuti praticarla fu terremoto, fuoco, vento impetuoso. Scoprimmo la cattedra degli umili e dei peccatori. Famosa divenne solo quella dei non credenti; genitivo soggettivo, spiegava il cardinale: i non credenti in cattedra.

Oggi entro in una classe di liceo, quasi senza rendermene conto, con quegli anni dentro. So di non essere il solo: migliaia sono i consacrati e i laici che allora cedettero all’esperienza di una verità vivente, al confronto col credente e il non credente che è in loro. Così, la mattina presto, quando lotto con una pagina biblica, mi misuro con la spigolosità di ciò che non possiedo. È ruvida la realtà, resiste alla presunzione, mi ridimensiona. Ha un corpo, come io ne ho uno. Col corpo si fanno sempre i conti. La fisicità della Scrittura ci fu affidata dal cardinale come palestra dell’incontro. Anzitutto la Parola va ricevuta. Che cosa dice il testo? Da quali parti è composto? Quali altre pagine richiama? Poi la certezza che, più o meno nascosto, ogni giorno ci sia un messaggio per me e per la Chiesa. Come m’interpella ciò che vedo e sento? In che modo conduce ai fratelli? E come risponderò? Ciò che il film difficilmente può rendere è una tanto radicale modificazione interiore: lenta, quotidiana, performante. Si può dire tutto delle nuove generazioni, ma non che non avvertano questo genere di bellezza. «Si sentirono trafiggere il cuore», leggiamo negli Atti degli apostoli. Quando dei diciottenni sono rapiti da ciò che fra loro avviene nell’ora di religione, quando un giovane al confessionale si scioglie in lacrime di liberazione, o un adolescente avverte coi suoi amici di formare un corpo che cambia il mondo e figli di immigrati chiedono il battesimo per la libertà sperimentata nei cortili di un oratorio, allora l’educatore sente di essere spodestato. Un altro si è ripreso la cattedra. «Tra poco, mediante l’imposizione delle mie mani e la preghiera consacratoria, entrerete nel mistero del roveto ardente che brucia e non si consuma, ma trasforma la vostra vita imprimendole una svolta definitiva; entrerete nella fiamma di fuoco dell’amore di Dio che incessantemente opera e risplende nella Chiesa e nel mondo. Riceverete la grazia dello Spirito santo, che vi avvolgerà». Ce l’aveva dunque anticipato il cardinale, trasmettendo il segreto del suo ministero a noi «filii senectutis, amati come Giacobbe amava Beniamino», durante l’ultima ordinazione che presiedette in duomo.

Ermanno Olmi lo documenta a modo suo, da laico del Novecento, abitato dalle scene tragiche che popolano i suoi ricordi e da un’autentica sete d’interiorità. Nel film, infatti, si permette un furto clamoroso: fin dal primo istante ruba a Martini la voce. L’effetto è sconcertante, per chiunque conosca le parole dell’arcivescovo e debba ora riceverle senza il loro timbro consueto, in una tonalità che Alessandro Zaccuri descrive come riconoscibilissima e un po’ roca, vero sfasamento nel confronto con l’originale. «Di sequenza in sequenza — osserva il critico — questo diventa sempre più il Martini di Olmi». Dare voce alla vita altrui è però testimoniare un essenziale processo di appropriazione. Secondo Garzonio, è bene sia così: «Il recupero dell’eredità spirituale di Martini deve avere una chiave personale, deve toccare la nostra coscienza». Sono uno di voi, in questo senso, è più dichiarazione del regista che del cardinale: con la sua arte egli si pone tra coloro che l’arcivescovo ha guidato nel nuovo millennio. Come un grande patriarca, specie quando solennemente avanzava verso l’altare e presiedeva l’Eucaristia, Martini non era uno di noi. Era pienamente con noi, ma ci appariva totalmente di Dio.

Milano, la frenetica, mai europea come negli ultimi anni, per ricordarlo si ferma. Fu la prima richiesta che, rubato agli studi biblici, il nuovo vescovo le fece, indicando anzitutto «la dimensione contemplativa della vita». È come se, quarant’anni dopo, la complessità della metropoli acuisca il senso della sua paternità. Anche grazie ai suoi successori, Martini oggi unisce la città e insegna il discernimento. Olmi è parabola del “pensante”, come definiva il cardinale chi si lascia muovere dalla Parola.

di Sergio Massironi

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