Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Non un mito né luoghi comuni a buon mercato

· Intervento del cardinale Walter Kasper sul concilio Vaticano II ·

Pubblichiamo una sintesi dell’intervento conclusivo del cardinale presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani al congresso «A cinquant’anni dal concilio Vaticano II (1962-2012)», organizzato dalle Facoltà di Teologia di Spagna e Portogallo, che si è tenuto dal 15 al 17 novembre presso l’Auditorium Giovanni Paolo II della Pontificia Università di Salamanca.

Per la maggior parte dei contemporanei, il concilio è storia passata, perché molti non hanno vissuto in modo consapevole quell’evento. Oggi, a cinquant’anni di distanza, viviamo in un tempo totalmente cambiato, globalizzato. L’ottimistica fede nel progresso si è volatilizzata da tempo. La nostra Chiesa però non sembra vivere quella tappa primaverile auspicata dal concilio Vaticano II, ma in Europa si ha piuttosto l’impressione di vivere una fase invernale.

Il concilio costituisce un caso speciale nella storia conciliare, poiché non fu convocato per una situazione di eresia o di scisma, né si proclamarono dogmi formali o misure disciplinari concrete; rispose a un tempo nuovo con un ottimismo che nasceva dalla fede in Dio, rifiutando i profeti di sventura e cercando un aggiornamento, un ammodernamento della Chiesa. Di fatto, l’intenzione era tradurre nel linguaggio dei nostri giorni la fede tradizionale.

Non bisogna fare un mito del concilio, e neppure ridurlo a un paio di luoghi comuni a buon mercato. È necessaria un’ermeneutica conciliare, una presentazione ponderata. Il punto di partenza devono essere i testi del concilio, secondo le regole e i criteri riconosciuti. E l’interpretazione deve basarsi sulla "gerarchia di verità".

La Chiesa non è un’istituzione assolutista, ma, in quanto comunione, si costruisce essenzialmente sulla comunicazione. Per questo, seguendo l’esempio del concilio apostolico di Gerusalemme, nei momenti difficili, i successori degli apostoli si riunirono per seguire un cammino comune. Quindi, la ricezione è qualcosa che riguarda tutto il popolo di Dio. Nell’ermeneutica il consenso deve essere non solo sincronico, riferito alla Chiesa attuale, ma anche diacronico, riferito alla Chiesa di tutti i tempi, secondo il pensiero di Benedetto XVI. Per questo l’ermeneutica può essere della discontinuità o della rottura, o si può fare a partire dalla continuità o dalla riforma. Un rinnovamento della Chiesa all’interno della continuità. Nel processo della tradizione la novità di Gesù Cristo deve risplendere sempre nuova nella sua mai consumata novità, poiché Gesù Cristo risorto si fa presente nella Chiesa attraverso l’azione dello Spirito Santo. Riguardo al futuro e alle varie posizioni della post-modernità che ostacolano la vita e l’azione della Chiesa, non dobbiamo cadere in una comprensione fondamentalista della fede sospettosa della ragione o emozionale, ma ognuno di noi deve rendere conto della speranza che è in lui.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE