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Non solo greggio

· Le prospettive aperte dalla crisi petrolifera ·

La crisi petrolifera internazionale pone una difficile incognita sulla ripresa mondiale. Se i prezzi del greggio dovessero continuare a crescere, spingendo ai massimi materie prime e inflazione, la situazione potrebbe precipitare. I politici usano complicati giri di parole e gli economisti tentennano, ma in realtà hanno tutti in mente una sola parola: recessione. In questo quadro i fattori centrali sono due: le mosse della Federal Reserve e le reazioni della dirigenza cinese.

Dopo lo scossone del midterm, Washington guarda al voto del 2012. Lanciando l'allarme sul debito pubblico americano — definito «l'emergenza numero uno» — Ben Bernanke ha prospettato l'eventualità di un nuovo round, il terzo, di acquisti programmati di titoli di Stato ( quantitative easing ). Una mossa aggressiva e dal chiaro significato politico: il presidente della Fed promuove il piano di tagli proposto da Obama e attacca i repubblicani accusandoli d'imporre misure che causerebbero la perdita di oltre 200.000 posti di lavoro. Tuttavia, la fiammata del greggio potrebbe giocargli brutti scherzi, creando un’iperinflazione che, in questo momento, significherebbe il collasso completo del sistema americano.

Il deficit federale americano ha raggiunto in febbraio il nuovo record di 225,5 miliardi di dollari. Obama finora non ha saputo proporre soluzioni efficaci e bipartisan. La Fed ha risposto in un solo modo: producendo liquidità. Anche questo metodo, però, sta vacillando in mancanza di una linea politica unitaria. Di recente Dennis Lockar, presidente della Fed di Atlanta, ha chiesto un'estensione del quantitative easing paventando un nuovo rallentamento dell'economia. Molto diverso il parere di Richard Fisher, al vertice della Fed di Dallas, secondo cui il programma di acquisto di titoli di Stato va interrotto subito. E anche sui tassi, la situazione non cambia: mentre Bernanke dichiara che continueranno a restare bassi fino a quando non ci saranno segnali più concreti di un miglioramento dell'occupazione e dei consumi, Thomas Hoening (Fed di Kansas City) ha chiesto un innalzamento all'un per cento, definendolo «una necessità».

In verità Washington attende risposte da Pechino. Qui, però, la crisi petrolifera potrebbe avere un effetto esattamente inverso, ovvero quello di spingere ulteriormente l’economia. Ed è questo il punto nodale. Ma perché?

Prima di tutto perché — come sostengono molti analisti — la corsa del greggio può fornire un ottimo alibi alla Cina: con la scusa del massiccio rincaro delle materie prime — complice anche la devastante siccità che ha colpito il Paese asiatico — Pechino avrebbe l’occasione per prendere tempo, rallentare l’apprezzamento dello yuan e, dunque, incrementare esportazioni e consumi interni. Tant'è vero che, mentre la dirigenza cinese denuncia un rallentamento dell'economia portando le stime della crescita del pil dall'undici al sette per cento, gli ultimi dati della Bank of China, uno dei principali istituti di credito del Paese, parlano di un tasso di crescita a due cifre con una lieve diminuzione dei prestiti bancari. Perciò — avvertono gli esperti — dei numeri ufficiali non ci si deve fidare troppo: già in passato la Cina aveva parlato di rallentamento, per poi nei fatti aumentare i prestiti bancari.

Ma la crisi del greggio può dare anche un’altra chance a Pechino, quella di attuare le necessarie riforme interne. Come ha detto il premier, Wen Jiabao, il regime intende riequilibrare la distribuzione della ricchezza per evitare disordini sociali. In effetti, il Paese si sta progressivamente spaccando in due, tra zone più ricche e zone molto più povere. Secondo un recente studio del Governo, il reddito reale della popolazione urbana è cresciuto del 7,8 per cento nel 2010, nonostante il prodotto interno lordo sia aumentato di quasi il dieci. Secondo Fitch, esiste il sessanta per cento di probabilità che entro il 2013 scoppi una crisi bancaria innescata dal crack degli immobili. Pechino ha annunciato che circa dieci milioni di appartamenti saranno ristrutturati o costruiti nel 2011 per agevolare le famiglie a basso reddito.

In questi giorni si decidono i giochi fondamentali per definire la nuova dirigenza del Partito che salirà al potere nel 2012. Gli uomini chiave sono due: Xi Jinping, vice presidente, e Li Keqiang, vice premier. Ma non è detto — spiegano gli osservatori — che l'attuale presidente, Hu Jintao, non ottenga un'estensione del suo mandato. Difficile capire se e come i futuri vertici cambieranno il volto del Paese.

L’avvenire della Cina, e quello dell’economia mondiale, dipendono da sottili giochi di equilibrio e da strategie politiche. E qui i numeri non contano.

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