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Non solo Arancia meccanica

· ​Cent'anni dalla nascita di Anthony Burgess ·

Ogni volta che spunta il nome di Anthony Burgess l’immaginario collettivo subito rispolvera la sua opera più nota, Arancia meccanica (1962). Assai controverso, il libro ha sempre rappresentato per lo scrittore britannico nato cent’anni fa, il 25 febbraio 1917, una curiosa sintesi di onore ed onere. Da un lato infatti lo ha consacrato alla fama letteraria — la versione cinematografica con la regia di Stanley Kubrick ha poi contribuito ad amplificare la sua popolarità — dall’altro i temi trattati e l’inquietante protagonista, Alex, giovane colto con la passione per Beethoven, hanno attirato su di lui strali velenosi, finanche accuse feroci, che lo hanno additato come un vero e proprio istigatore alla violenza. 

In quell’Alex, visto da gran parte della critica come l’incarnazione di un male inflitto al prossimo per puro piacere, nel segno della più assoluta gratuità (per certi versi tale figura riecheggia Raskolnikov di Delitto e castigo) Burgess invece aveva voluto esprimere la sua concezione di redenzione, che proprio attraverso il susseguirsi di misfatti e soprusi scorge progressivamente la via del riscatto e della catarsi. Di fronte all'assedio di giudizi denigratori, lo scrittore sentì allora il bisogno di replicare e di argomentare le proprie ragioni.
In un lungo articolo pubblicato il 13 febbraio 1972 sul «Los Angeles Times», Burgess ribadisce l’«urgenza» della presenza del male come condizione indispensabile per il nascere e l’affermarsi del bene. «Certo — scrive — senza la violenza il libro sarebbe stato più gradevole, ma la vicenda dell’emendamento di Alex avrebbe perso forza se non si fosse potuto vedere da che cosa lo si stava correggendo. Per me ritrarre la violenza doveva essere un atto catartico e caritatevole insieme».
E nel concludere l’articolo sottolinea che se Arancia meccanica, così come 1984 di Orwell, «rientra nel novero dei salutari moniti letterari contro l’indifferenza, la sensibilità morbosa e l’eccessiva fiducia nello Stato, allora quest’opera avrà qualche valore».
Ritagliare tuttavia la figura di Burgess entro la cornice di Arancia meccanica significherebbe ridurne la statura letteraria e mortificarne la spumeggiante versatilità. Sono stati infatti numerosi gli ambiti investiti dal suo talento e dalla sua passione: il giornalismo, la saggistica, la drammaturgia, la musica classica (ha curato vari libretti d’opera) nonché la sceneggiatura di alcuni film.
Sono forse pochi coloro che ricordano che la sua penna contribuì a scrivere il copione di Gesù di Nazareth (1977), il capolavoro di Franco Zeffirelli che — in una dichiarazione all’Osservatore Romano — ribadisce la sua gratitudine a Burgess, definendolo «uomo eccezionale, di grande cultura», sottolineandone, al contempo, «la grande umiltà». «Con passione e slancio si mise al lavoro — ricorda il regista–che il 12 febbraio ha compiuto 94 anni — offrendo un sostegno determinante per la realizzazione della sceneggiatura».
Come è doveroso richiamare la sua feconda attività di conferenziere, attraverso la quale ebbe modo di redigere veri e propri manifesti sulla sua concezione del rapporto fra letteratura e vita. In un articolo firmato nel 1969 sul «New York Times», Burgess racconta una lezione tenuta a studenti americani riguardo all’influenza, non sempre positiva, esercitata dai libri sull’esistenza quotidiana. S’impone, al riguardo, il concetto di «umiltà» della letteratura che, secondo lo scrittore, deve essere intesa solo come «un’opinione» sulla vita, senza dunque gravarla di un fardello soverchiante qualora le venisse affidata la missione di spiegare in modo esaustivo e inappellabile il senso del vivere e dei suoi tanti misteri.
Questo concetto — che richiama il pensiero di Anton Ĉechov, che celebra sul piano esistenziale la supremazia intrinseca del tentativo sull’impresa, a prescindere dall’esito, nel segno di «un'umiltà edificante» — verrà poi compiutamente espresso sul piano narrativo ne Gli strumenti delle tenebre (1980), opera particolarmente complessa che richiese dieci anni di duro lavoro, in cui una congerie di temi viene analizzata con pervicace acribia dal protagonista, lo scrittore Kenneth Toomey, uomo colto, dotato sia di cinismo che di umorismo. La storia del Novecento viene da lui rievocata attraverso i riferimenti cruciali: le due guerre mondiali, il nazismo, il comunismo, l’emancipazione delle donne.
E in questo vulcanico scenario non manca una riflessione sulla letteratura. In particolare il protagonista del romanzo si sofferma su James Joyce e William Somerset Maugham: due autori dei quali celebra il genio, sebbene con qualche malcelata riserva formulata con garbata ironia: Maugham è giudicato come il migliore degli scrittori minori e Joyce viene invitato a ripassare la grammatica, visto che non sempre la scusa dell’imponente flusso di coscienza che rompe gli argini della prosa classicamente intesa riesce a mascherare del tutto qualche lacuna sul piano sintattico. In questi passaggi del romanzo spicca dunque quella peculiare qualità di saggista, che si rivela altrettanto incisiva ne L'importanza di chiamarsi Hemingway (2008), in cui rileva la spartana severità con cui lo scrittore statunitense tratta i suoi protagonisti, quasi sempre posti in balia di eventi destinati a lacerarne l’anima e a infrangerne i sogni.
Nel vasto repertorio di idee coltivato da Burgess riveste un ruolo significativo il confronto, spesso ostico, tra le diverse culture. Rappresentativa, al riguardo, è la Trilogia malese scritta tra il 1958 e il 1960, comprendente L’ora della tigre, Il nemico tra le coperte e Letti d’Oriente. Attraverso il protagonista, Victor Crabbe, funzionario del ministero dell’Istruzione britannica, che in Malaysia insegna storia nei college dove si va formando la futura classe dirigente del nuovo Stato indipendente, lo scrittore denuncia quanto sia arduo mettere in comunicazione culture e mondi diversi: non a caso il protagonista e la sua seconda moglie all’inizio troveranno difficoltà a conformarsi alle tradizioni e alle abitudini del paese asiatico. Ma nello stesso tempo dichiara l’urgenza di rimuovere stereotipi e false barriere per favorire un proficuo scambio culturale. «È arrivato il momento — scrive — di capire la natura dell’Oriente e dellìislam. Dopo il Vietnam non possiamo più permetterci di considerare quelle lontane regioni del mondo come materiale per personaggi di favole, come il popolare ma riprovevole Sandokan».
In occasione del centenario della nascita «The Guardian» ha riproposto alcuni articoli scritti per il quotidiano da Burgess: la scelta è caduta su quelli in cui si manifesta con particolare evidenza il sottile sarcasmo che permea i suoi giudizi. In questo florilegio spicca l’articolo scritto nel 1992 in cui Burgess punta l’indice contro i recensori di libri, definiti generalmente «oziosi», che sono seduti di fronte al tavolo di lavoro sommerso di carte, o meglio spazzatura (rubbish), sotto la quale giace immancabilmente un bell’assegno destinato a orientare i loro gusti, in un verso o nell’altro, riguardo al libro che si accingono a giudicare. Ma la cosa più grave, sottolinea Burgess, è che il recensore scambia la sua carriera di sotto-letteratura per una carriera di vera letteratura, alimentando ingenuamente alte speranze e nobili aspirazioni. Ma in fondo non è che uno scribacchino (hack) che, per sopravvivere, ha dovuto imparare il trucco di recensire un libro senza averne compreso il significato. E senza farsi scoprire dal lettore sprovveduto. 

di Gabriele Nicolò

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10 dicembre 2019

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