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Per non soffrire come un cane

· ​Etica e sperimentazione sugli animali ·

L’etica impone di tutelare il più possibile il benessere degli animali oggetto di sperimentazione, evitando dolore e stress inutili. Settantadue importanti istituzioni scientifiche del Regno Unito, che operano nel settore della ricerca biomedica, hanno adottato il «Concordato sull’apertura nella ricerca animale» (Concordat on Openness on Animal Research). Tra queste vi sono, per esempio, il Medical Research Council, l’Academy of Medical Sciences, la British Neuroscience Association e l’Institute of Cancer Research. 

Sebastian Vrancx, «Orfeo e le bestie» (1595)

Il concordato, firmato nel 2014, fa seguito alla «Dichiarazione sull’apertura nella ricerca animale» (Declaration on Openness on Animal Research) sottoscritta due anni prima. Esso è volto a favorire il dialogo su un tema che non cessa di suscitare contrasti. Spesso il pubblico ne è disorientato. Qui di seguito si propongono alcune considerazioni prendendo spunto dal Concordato.
Il Regno Unito è certamente stato il più “zooofilo” tra gli Stati occidentali. Già nel 1849 il Parlamento del Regno Unito adottò il Cruelty to Animals Act, cui seguì, sotto l’impulso della Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, il Protection of Animals Act del 1911 (che prevedeva, in caso di infrazione, pene fino a sei mesi di «duro lavoro» e venticinque pounds di multa). Il Regno Unito è anche il Paese dove sono stati più frequenti gli attentati dinamitardi e l’invio di buste contenenti esplosivi indirizzate a ricercatori che utilizzano animali. Per entrare nella zona degli stabulari di Cambridge si subisce un accurato controllo delle automobili, anche con specchi per accertare l’assenza di esplosivi sotto la vettura. Solo nel 1986, proprio ispirandosi alla legislazione inglese, la Comunità europea adottò una direttiva specifica sulla sperimentazione animale (limitata ai vertebrati), peraltro recepita in Italia soltanto nel 1992. La legislazione inglese, invece, proteggeva anche le forme «intellettualmente più complesse» tra gli invertebrati (come, ad esempio, il polpo, che è una specie dalle prestazioni cognitive ed emozionali in effetti sorprendenti). Con la successiva direttiva dell’Unione europea, adottata nel 2010, anche l’intera classe dei cefalopodi venne equiparata ai vertebrati, rendendo così «senzienti» honoris causa anche seppie e calamari. Nei lavori preparatori gruppi zoofili animalisti avevano premuto fortemente perché anche i crostacei (aragoste in testa) rientrassero tra le specie protette, ma alla fine l’Unione europea li escluse.
Storicamente, la sperimentazione con animali ha consentito di acquisire fondamentali conoscenze scientifiche in biologia e in medicina per quanto riguarda, per esempio, il funzionamento di organi e apparati, la trasmissione di malattie infettive, gli effetti di farmaci. Tuttora la maggior parte dei nuovi trattamenti per la cura delle malattie deriva da sperimentazioni con animali. Metodi alternativi (mediante studi in vitro o simulazioni in silico, cioè mediante strumenti informatici) sono possibili per particolari ricerche, ma non per altre, e in genere ma non possono sostituire completamente la sperimentazione con animali. I metodi alternativi, infatti, non permettono di riprodurre esattamente i meccanismi complessi che avvengono a livello di tessuti, organi, apparati. Inoltre, il passaggio diretto da metodi alternativi all’uomo, senza effettuare sperimentazioni su animali, può comportare rischi per le persone, che soltanto la sperimentazione con animali consente di evitare o limitare. È dunque falso affermare che la sperimentazione con animali sia metodologicamente scorretta e quindi inutile. Nel concordato si riconosce che «l’uso di animali nella ricerca scientifica, attentamente regolato, rimane uno strumento vitale per migliorare la a nostra conoscenza su come funzionano i sistemi biologici, nella salute e nella malattia. È essenziale per migliorare la salute e la vita dell’uomo e degli animali». 

di Carlo Petrini

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22 gennaio 2020

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