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Non siamo noi a possedere la verità ma è lei che ci possiede

· L’omelia del Papa durante la messa con i suoi ex allievi presieduta domenica a Castel Gandolfo ·

«È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Non siamo noi i suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei». Ai suoi ex allievi, riuniti a Castel Gandolfo per il tradizionale seminario estivo, il Papa ha affidato domenica 2 settembre una illuminante riflessione sull’«arte dell’essere uomini». Che consiste nella certezza che è possibile «vivere e morire bene solo quando si è ricevuta la verità e quando la verità ci indica il cammino».

Nell’omelia della messa presieduta nella cappella del Centro Mariapoli il Pontefice ha richiamato il nucleo  della «saggezza donata da Dio», che offre la possibilità di «essere uomini in modo retto» e suscita «gioia e gratitudine» nell’animo del credente. Anche se — ha fatto notare — nella storia della Chiesa la prevalenza di «applicazioni, opere, costumi umani» conduce talvolta a un atteggiamento di «trionfalismo che vanta se stesso invece di dare lode a Dio».

«Penso — ha confidato Benedetto XVI — che ci troviamo proprio in questa fase, in cui vediamo nella Chiesa solo ciò che è fatto da se stessi, e ci viene guastata la gioia della fede». In questo modo «siamo preoccupati di lodare solo noi stessi, e temiamo di farci legare da regolamenti che ci ostacolano nella libertà e nella novità di vita».

Da qui la necessità di recuperare la giusta percezione della verità. Che oggi — ha avvertito il Papa — «sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso». E in effetti, facendo propria l’obiezione avanzata spesso nei confronti dei cristiani, il Pontefice ha ricordato che «nessuno può dire: ho la verità», perché, al contrario, è la verità che possiede l’uomo. E «solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei».

Per Benedetto XVI, dunque, «dobbiamo imparare di nuovo questo “non-avere-la-verità”. Dobbiamo imparare a farci muovere da lei, a farci condurre da lei». Da qui l’appello a evitare quella «intellettualizzazione della fede e della teologia» che non permette dalla Parola di incidere concretamente nella vita del credente. Dio, invece — ha ricordato — «ci è diventato così vicino» che è entrato «dentro la nostra miseria, per compenetrarci, per pulirci e per rinnovarci, affinché, attraverso di noi, in noi, la verità sia nel mondo e si realizzi la salvezza».

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