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Non si vive per l’economia
anche se si deve vivere
di economia

· Giovanni Battista Montini e la bellezza del realismo cristiano ·

Pubblichiamo alcuni stralci dell’omelia che il 4 ottobre 1958 Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano e di cui ricorre il 41° anniversario della morte, tenne in occasione del pellegrinaggio delle diocesi della Lombardia ad Assisi.

Noi siamo provenienti da una Regione che si caratterizza oggi — e forse domani, col Mercato Comune, ancor più — per il suo sviluppo economico e per l’impegno con cui a tale sviluppo essa lega i suoi pensieri, i suoi interessi, i suoi affanni, le sue speranze, la sua vita. Siamo figli dell’«Homo oeconomicus»; siamo esponenti di una concezione della vita che gravita intorno alla ricchezza.

Anche se non la possediamo, la ricchezza è il cardine della nostra vita moderna; ad essa tende il nostro lavoro, tanto progredito, organizzato, meccanizzato, teso e febbrile, intorno ad essa si dibatte, non conclusa, non sopita, la questione delle classi sociali; di essa parla la nostra cultura superiore e la nostra conversazione familiare, di essa gode e soffre la nostra gente. Questa osservazione non è un vanto, è il riconoscimento d’una realtà, che qui viene in evidenza, e quasi ci mette a disagio. È quasi una confessione: noi siamo uomini abituati a porre nella ricchezza la nostra stima, la nostra speranza.

Quale preghiera possiamo noi rivolgere a san Francesco d’Assisi?

Il disagio cresce, dobbiamo rivolgerci al Santo della Povertà che non solo soffrì, ma volle la Povertà, così da farla simbolicamente sua sposa, da professarla come sua scelta sociale, da immedesimarsi, sempre più in essa, come fonte della sua spiritualità: «Poscia di dì in dì l’amò più forte» (Par. XI 63).

Se non sapessimo quale «ignota ricchezza», quale «ben verace» (ib 82) di umanità, di poesia di grandezza morale, di sapienza, di civiltà, di santità si nascondono sotto la misera veste del Poverello d’Assisi, saremmo subito tentati di uscire di qui, come avessimo sbagliato la méta, o di starcene un istante come turisti, che si contentano di osservare la singolarità di un ambiente artistico, suggestivo e misterioso, ma totalmente estraneo al loro spirito.

Come arrischiare un colloquio decente fra noi e Francesco? Come presentarci, senza sentirci da lui respinti, o a lui offensivi? E come chiedergli qualche cosa che non sia in nostro danno, o a lui disdicevole?

Ecco perché la conversazione con lui quasi ci sembra insostenibile, e l’essere qui un errore, e proferire una preghiera impossibile.

Eppure dobbiamo trarre dal nostro spirito una preghiera, vi dicevo, umile e audace. Una preghiera che ci faccia buoni — e diciamo pure, Poveri — nella nostra ricchezza, e che renda la sua Povertà, in qualche modo, una dovizia, una salvezza per noi.

La preghiera è questa: Francesco, aiutaci a purificare i beni economici dal loro triste potere di perdere Dio, di perdere le nostre anime, di perdere la carità dei nostri concittadini. Vedi, Francesco, noi non possiamo straniarci dalla vita economica, è la fonte del nostro pane e di quello altrui; è la vocazione del nostro popolo, che sale alla conquista dei beni della terra, che sono opere di Dio; è la legge fatale del nostro mondo e della nostra storia. È possibile, Francesco, maneggiare i beni di questo mondo, senza restarne prigionieri e vittime? È possibile conciliare la nostra ansia di vita economica, senza perdere la vita dello spirito e l’amore? È possibile una qualche amicizia con Madonna Economia e Madonna Povertà? O siamo inesorabilmente condannati, in forza della terribile parola di Cristo: «È più facile che un cammello passi per la cruna d’un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli»? (Mt 19, 24). Anche il nostro sant’Ambrogio ci aveva detto quelle parole tremende: «O ricco, tu non sai quanto sei povero!» (De Nabuth, 2, 4), ma non le ricordiamo più: e non le abbiamo mai bene comprese. E anche Tu, Francesco, non hai insegnato ai tuoi figli a lavorare, a mendicare e a beneficiare, cioè a cercare ed a trattare quei beni economici, di cui la vita umana non può essere priva?

Ma qui davanti a Te, Francesco, noi vogliamo avere un dono di luce, anche un lampo solo sulla ricchezza di cui siamo tanto appassionati, e vogliamo vedere, sì, senza fatica i due grandi pericoli che essa introduce nella nostra vita, e li vogliamo qui a noi stessi ricordare e denunciare. [...]

Qui è la nostra preghiera a S. Francesco, che ci faccia grazia a svelenire i beni economici d’ogni loro funesto potere contro la carità di Dio e la carità del prossimo.

Proviamo a dire: è cattiva la ricerca dei beni economici quando essi servono all’uomo? Al pane, all’elevazione della vita, alla cultura, alla pace, allo sviluppo delle facoltà umane e dell’organizzazione civile del mondo? No. Questa ricerca si chiama lavoro; ed il lavoro è nell’intenzione creatrice di Dio, è nel suo piano penitenziale di redenzione, è nell’esempio, tanto più umile quanto più eloquente, di Cristo, è nel precetto apostolico ai primi cristiani, è nella stessa disciplina francescana tutta umiltà e fatica.

Questa ricerca si chiama produzione. Produrre i beni utili alla vita è, per sé, cosa buona, necessaria e grande. Se mai, chiederemo a S. Francesco che ci faccia ben comprendere come non si vive di solo pane; come la vita economica non possa essere l’unico fattore, determinante e finale, della nostra giornata terrena, come la vita economica debba perciò essere subordinata alla legge morale. Non si vive per l’economia, anche se si deve vivere di economia. Al di sopra del processo economico deve essere instaurato l’ordine umano.

Lo sviluppo produttivo non deve prescindere dall’esigenza d’un crescente rispetto al lavoro dell’uomo [...] Così diremo d’un’altra fase del processo economico: la distribuzione della ricchezza, cioè il riconoscimento che i beni economici appartengono a determinate persone e ne costituiscono la proprietà. Anche questa è legge di natura, cioè voluta da Dio e risponde alla promozione dell’uomo a fini superiori. San Francesco, che si priva per sé d’ogni personale proprietà, non la condanna in altri, ma cerca di equilibrare con l’esempio e la pratica d’un eroico disinteresse l’eccessiva avidità con cui tanti uomini, anche cristiani, sono attaccati alle loro proprietà. E libero ormai d’ogni aderenza ai beni economici, avverte, con la sua mano tesa a mendicare, come questi siano troppo disugualmente distribuiti, e come la carità debba dare l’avvio a quella volontaria migliore distribuzione che si chiama l’elemosina, la beneficenza, e come questa debba porre alla coscienza dei giusti il problema di una più equa distribuzione dei beni economici [...]

La lezione francescana si fa grave; ma ancora più salutare e moderna. E prosegue con note anche più severe e più chiare a ricordarci che il terzo momento del ciclo economico, quello del godimento della ricchezza, se da un lato è il più ovvio ed il più legittimo, perché finalmente a ciò tende l’economia, dall’altro è il più pericoloso, perché nel godimento della ricchezza più facilmente l’uomo si arresta, si compiace, e si corrompe idealmente, moralmente e socialmente. È perciò a questo punto che la lezione francescana incalza con maggiore voce, e ci ricorda come la felicità non consiste nella soddisfazione di molti e sempre nuovi bisogni, come sia invece saggezza, per ogni verso encomiabile, contenere nell’ambito delle necessità, della semplicità e della funzionalità i bisogni a cui Dio, e alla natura dell’umano consorzio che la ricchezza può dare soddisfazioni; come si debba allargare a godimento comune, a funzione sociale, il frutto della povertà, anche se esclusiva questa, quello deve essere più accessibile dal comune bisogno; come perciò la proprietà, di fronte al sovrano diritto di fratelli ci vuole, sia da considerarsi non dispotica e chiusa ma piuttosto una funzione pubblica, un’amministrazione sociale, da cui non si può escludere il bene comune dalla società; e come finalmente l’edonismo, il lusso, lo sfarzo, l’avarizia, l’orgoglio che la ricchezza genera nei suoi seguaci, siano perversione dannosa e deprecabile, sia per lo spirito umano, che per l’umana convivenza.

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