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Se la comunità politica
non sa più
come dire il “bene”

· Conflitto di valori e crisi del discorso democratico ·

L’udienza del Papa al Corpo diplomatico

Anche in questo primissimo scorcio del 2019 la politica mondiale sembra perseguire un’agenda all’insegna della divisione, dell’esclusione e della paura. Ne sono segni evidenti il dibattito statunitense sulla creazione del muro sul confine messicano e quello europeo in merito all’accoglienza delle navi degli emigranti. L’appello del Papa nell’Angelus dell’Epifania verso forme di «concreta solidarietà» presenta tra le altre cose una chiarezza inusuale se confrontata al contesto comunicativo delle società democratiche. In esso sembra piuttosto prevalere un conflitto di valori che ha minato la credibilità delle istituzioni, in quanto offusca la stessa idea di bene comune. La comunità politica, se è ancora lecito chiamarla così in una fase di polarizzazione etica lacerante, non sa più come dire il “bene” e come rappresentarlo concretamente, in opere a servizio delle persone e dei loro ideali più nobili. È un problema ben al di là di quel “relativismo morale” che pure rappresenta una innegabile cifra del nostro tempo, come tanti commentatori hanno già notato. Quando dimensioni quali sicurezza e uguaglianza, ordine e libertà, coesione sociale e carità, vengono presentate come contrapposte nella retorica e nella prassi dei politici, l’esito di questa falsificazione si ripercuote sulla stessa legittimità dei regimi politici che la tollerano. 

Alla lunga, questo processo culmina nella delegittimazione delle democrazia come dispositivo più adatto per gestire la società politica e farla prosperare. Il contratto sociale fra le generazioni e le classi viene eroso dalla mancanza di consenso e di riconoscimento reciproco, fino alla svalutazione delle regole che tengono insieme il nostro stesso “stare assieme” (e pacificamente), per mano di quei movimenti e forze politiche che in nome del sovranismo e delle sue declinazioni ora nazionaliste ora populiste, stanno cercando di infrangere il sogno dell’integrazione europea e le sue innegabili conquiste.
A questo proposito, nel suo discorso al corpo diplomatico, Francesco invoca la necessità di “soluzioni comuni”, riconoscendo il primato in politica della logica cooperativa su una dialettica meramente competitiva in cui tutti sono sconfitti dai propri comportamenti opportunistici. Questo è il grande apporto che la dottrina sociale della Chiesa può dare alla comunità internazionale, sulla scia di quel pensiero vigoroso recepito nel secolo scorso dall’infaticabile opera di Luigi Sturzo e dai documenti del Vaticano II. Tale appello alle pratiche del multilateralismo e della “governance complessa” richiama allo stesso tempo quella tradizione dell’internazionalismo liberale che oggi sembra soffocata dalla diplomazia “muscolare” delle grandi potenze.
Per questo, ancor prima che politica, la sfida si pone su un più ampio terreno culturale: occorre ribaltare il sospetto che condividere il potere sia lesivo dell’interesse nazionale, perché questioni complesse come quelle poste dall’attuale congiuntura globale possano sperare di trovare soluzioni soddisfacenti solo se si abbandonano i toni della rivendicazione esclusiva di privilegi, dando voce a chi ora non ne ha. Peraltro, è con questa lezione che il costituzionalismo del secondo dopoguerra ha accompagnato in Occidente le grandi trasformazioni che ci hanno garantito pace e sicurezza, e il godimento dei diritti ad esse connessi. Certo, si dirà che oggi le sfide della globalizzazione avanzata sono incomparabili rispetto a quelle di un mondo classicamente ordinato secondo la logica bipolare della guerra fredda, e ricette mutuate dal passato assumono l’aria un po’ naif del dilettantismo buonista giacché in fondo mancherebbero di realismo. Eppure è proprio il punto di vista morale a poter rappresentare una costante di raccordo tra esperienze storiche così diverse, in cui il male assume ancora le forme di neocolonialismi mascherati ed egoismi palesi, e tenta di ridurre i destini individuali a numeri da gestire, contingentare, sopprimere.
Non a sproposito, dunque, si può parlare di “conversione” della politica — nella sua intenzionalità soggiacente e nei suoi esiti sulle popolazioni — a patto però di riferirsi non a vaghe strutture di potere impersonale, ma ad attori concreti, governanti e cittadini, e alle loro responsabilità individuali nell’edificazione della casa comune.

di Maurizio Serio

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21 maggio 2019

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