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Non si deve tornare
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· Nel movimento ecumenico ·

Una sfida, per tutti, «e questa sfida può mettere in conto anche una certa paura e resistenza. Ma è la nostra stessa fede a chiederci di uscire dall’isolamento. Se veramente crediamo in un Dio che è diventato carne in Gesù Cristo, in un Dio che è stato il primo a uscire fuori da se stesso, noi oggi non possiamo fare il movimento contrario». Don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale italiana, spiega così al Sir timori e speranze del movimento ecumenico, mobilitatosi nei giorni scorsi con iniziative e progetti in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. «Non finisce qui. Sta crescendo una sensibilità più ampia che abbraccia tutto l’arco dell’anno. Al di là di progetti e iniziative, è lo stile che sta cambiando», afferma don Bettega, che invita a «guardare l’altro come qualcuno da cui posso imparare e non come qualcuno a cui dare un contentino perché è ortodosso o protestante o perché ha bisogno di una sala per celebrare la liturgia o il culto».

In pratica, «non si tratta di sentirci magnanimi, compiacersi per la nostra generosità, ma di prendere atto che la storia e il tempo nel quale viviamo ci obbligano a uno sguardo aperto». E avere uno sguardo aperto significa oggi «riconoscere che ciascuno di noi è chiamato a imparare dall’altro perché la verità a cui aneliamo è qualcosa che supera me cattolico, me ortodosso, me protestante e come tale va ricercata insieme». Considerazione che è poi il frutto della Settimana di preghiera, con la quale i credenti si sono riconosciuti, in questi anni, sempre più come fratelli.
Avere uno sguardo aperto — osserva il rappresentante della Cei — è anche «dare in uso una chiesa a una diocesi ortodossa, che sia del patriarcato ecumenico, russo o romeno. Significa riconoscere che quella comunità è diventata particolarmente numerosa nella mia città e, quindi, evidentemente bisognosa di un luogo in cui incontrarsi e celebrare». E «può diventare un’occasione per lavorare insieme e operare in quanto cristiani sul territorio. È il segno non tanto di una comunità cattolica che diminuisce ma di una cristianità che in Italia aumenta. Solo se riusciamo a uscire dal nostro piccolo recinto, possiamo essere grati e leggere questo fenomeno come provvidenziale».

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24 agosto 2019

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