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Non si può credere in Dio
restando ciechi al dolore del mondo

· Il Vangelo della XV domenica del tempo ordinario ·

Una storia bellissima e drammatica, che Gesù racconta a un dottore della Legge, ma che, in realtà, è la storia dei nostri giorni: il viaggio dell’umanità, i feriti e gli scartati ai bordi della strada e della vita, l’indifferenza e la paura che ci impediscono di vedere, avvicinarci e fasciare le ferite.

Sono queste tre le azioni principali del buon samaritano, che Gesù propone come icona della compassione: lo vide, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite. Tre gesti che parlano di una commozione viscerale, che vince la cecità, la sordità e la durezza del cuore dinanzi alla vita e al dolore dell’altro.

E mettendo in scena questa bellissima storia, Gesù opera un vero e proprio capovolgimento di significato: non sei tu a scegliere il prossimo da amare — magari tra chi fa parte della tua cerchia o famiglia, chi la pensa come te, chi ti è simpatico o non ti disturba troppo — ma, invece, sei tu che devi diventare prossimo di chiunque incontri nel cammino. Una pennellata di sconvolgente attualità e un grido situato al centro della nostra coscienza e della nostra storia: non può esserci vita, gioia, futuro se continui a passare oltre, a non vedere, a innalzare muri, a tracciare confini che ti tengono a debita distanza dall’altro. Solo l’amore apre alla gioia e cambia il mondo.

In fondo, impariamo questo amore alla scuola di Dio stesso che, in Gesù, ha ascoltato il nostro gemito, si è chinato sulle nostre ferite, ha toccato e guarito la nostra carne.

E ritornano le azioni del samaritano: lo vide, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite.

Il sacerdote e il levita, uomini religiosi che stanno andando al tempio, pregano Dio, ma si dimenticano dell’uomo. La loro “spiritualità senza carne” li rende ciechi dinanzi al dolore dell’altro e, per questo, “passano oltre”. L’indifferenza, la fretta, la preoccupazione per le proprie cose, la paura di coinvolgerci troppo ci fa sempre passare oltre e ci rende sordi, ciechi e duri. L’amore, invece, è contaminazione: vedere l’altro, rompendo ogni indifferenza; farsi vicini all’altro, accorciando le distanze e coinvolgendoci nella sua vita; fasciare le ferite dell’altro, praticando quella stessa compassione viscerale che Gesù sente per noi. L’amore, in fondo, è non passare mai oltre. È fermarsi, avvicinarsi, accogliere, toccare, portare sulle proprie spalle le gioie e i dolori dell’altro.

Una parabola che grida, al cuore delle nostre coscienze anestetizzate e della nostra società indifferente, che non si può credere in Dio restando ciechi al dolore del mondo.

di Francesco Cosentino

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12 novembre 2019

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