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Il Dio ospitale nelle religioni abramitiche

Louis Massignon, grande orientalista francese, parlava dell’ospitalità come della grande eredità di Abramo affidata a tutti i credenti: la manifestazione di un «Dio ospite/ospitale» che dà un significato nuovo e spirituale alla pratica dell’accoglienza, significato che va ben al di là della fenomenologia dell’atto.

In altre parole, anche in un ambito extra-cristiano, la riflessione sull’ospitalità va oltre le pratiche e la morale da una parte, o le categorie del politico e del giuridico dall’altra. Bisogna, insomma, cogliere la dimensione teologale dell’atto ospitale. Parlando, infatti, di ciascuna delle tre religioni monoteiste (ma la considerazione potrebbe essere allargata anche ad altre religioni), si può constatare come esse siano, coscientemente o meno, una pratica teorica e simbolica dell’ospitalità del divino, nel senso del genitivo soggettivo e oggettivo, vale a dire secondo il doppio significato del termine “ospite”: inteso come colui che dà ma anche come colui che riceve l’ospitalità.

Le religioni abramitiche si connotano come religioni rivelate e ci pare importante sottolineare il fatto che un Dio che si rivela è necessariamente ospitale, perché coglie la sfida del comunicarsi e cioè di rendersi comprensibile agli uomini. Un Dio che esce dalla solitudine della sua trascendenza per cercare una terra ospitale, dove ognuno può diventare il luogo del suo esodo. Tuttavia Dio non invade ma sta alla porta e bussa (Apocalisse, 3, 20) e si ferma dove gli si fa spazio. Questo significa che negare ospitalità allo straniero è negarsi all’incontro con Dio, perché il debito stesso di esistere si paga solo restituendo alleanza.

di Claudio Monge, Dominican Study Institute (Istanbul)

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17 luglio 2018

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