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Non si placano le tensioni sul clima

· ​Si dimette l’ambasciatore statunitense a Pechino ·

Si è dimesso oggi l’ambasciatore reggente degli Stati Uniti a Pechino, David H. Rank, in aperta polemica con la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi dall’accordo di Parigi sul clima. È l’ultimo atto di uno scontro ormai senza esclusione di colpi tra l’amministrazione e un’ampia fronda interna che annovera tra le sue fila governatori, deputati, diplomatici e sindaci. 

In un discorso allo staff del’ambasciata Rank ha spiegato di non essere in grado, come «genitore, patriota e cristiano» di svolgere il suo compito e di notificare la decisione annunciata giovedì scorso da Trump. Al suo posto è stato nominato Jonathan Fritz, in attesa dell’arrivo del nuovo ambasciatore, l’ex governatore dell’Iowa, Terry Branstad, che è stato confermato nella nuova carica il 22 maggio scorso ma deve ancora completare la formazione diplomatica.
Come detto, il gesto di Rank non è l’unico segnale di disapprovazione nei confronti della decisione di Trump. Poche ore fa il governatore della California, Jerry Brown, ha detto che la decisione del presidente «non potrà che avere carattere temporaneo, data la gravità del problema». Brown, a margine di una conferenza sull’energia in corso a Pechino, ha spiegato che Cina, Europa e molti governatori degli Stati Uniti faranno quanto in loro potere per «colmare il vuoto causato dalla decisione dell’amministrazione di rinunciare alla leadership in questo campo». Il governatore ha anche firmato accordi con il governo cinese e due province per la collaborazione nella lotta ai cambiamenti climatici.
E proprio oggi l’Onu ha lanciato un nuovo allarme sul clima, e in particolare sugli oceani. Se non si prenderanno misure adeguate — ha fatto sapere l’Onu — in mare i rifiuti di plastica potrebbero superare i pesci entro il 2050.

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20 marzo 2019

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