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Non si criminalizza
la solidarietà

· I vescovi svizzeri aderiscono a un’iniziativa parlamentare in difesa di rifugiati e richiedenti asilo ·

Chiunque presta aiuto per motivi degni di rispetto non può essere passibile di reato; la solidarietà nei riguardi di coloro che sono nel bisogno va tutelata e salvaguardata. A sostenerlo è il presidio della Conferenza episcopale svizzera (organismo formato dal vescovo presidente Felix Gmür e da altri due presuli) che nei giorni scorsi, con un comunicato, ha annunciato il proprio appoggio all’iniziativa parlamentare «Basta con il reato di solidarietà». Quest’ultima, che sarà esaminata prossimamente dalle Camere federali, è stata depositata il 28 settembre 2018 dal consigliere nazionale Lisa Mazzone, del Partito ecologista svizzero. In essa si chiede che l’articolo 116 della legge sugli stranieri e la loro integrazione venga modificato in modo che colui il quale presti assistenza non sia punibile se i motivi sono onorevoli. L’articolo 116 punisce con una pena detentiva sino a un anno o con una pena pecuniaria chiunque in Svizzera o all’estero facilita o aiuta a preparare l’entrata, la partenza o il soggiorno illegali di uno straniero.

Nella nota l’episcopato elvetico ricorda che aiutare chi ha bisogno fa parte dei compiti fondamentali delle Chiese: «È un’assistenza che oltrepassa il mero ambito della copertura e delle protezioni giuridiche», mentre «ancora recentemente sono state punite persone che hanno fornito protezione e sostegno a persone in difficoltà senza tener conto del loro permesso legale di soggiorno». Il presidio della Conferenza dei vescovi svizzeri «osserva con inquietudine la crescente messa in atto di misure legali contro persone che ne aiutano altre nel bisogno. La prassi dell’asilo, inasprita negli ultimi anni, spinge un numero crescente di richiedenti asilo e rifugiati verso il soccorso d’urgenza. La Svizzera — si afferma nel testo — rifiuta loro l’accesso a programmi di formazione e integrazione, al mercato del lavoro e a un’esistenza degna di questo nome al riparo da povertà, tirannia e conflitti bellici. In tale stato d’emergenza, le Chiese costituiscono un appiglio importante perché offrono alle persone nel bisogno una protezione conseguente, accompagnandole sul loro difficile percorso di vita. Anche le parrocchie e i singoli cercano di sostenere queste persone nel limite delle loro possibilità. In tale atteggiamento non contano le considerazioni sul permesso legale di soggiorno. L’agire della Chiesa si posiziona sulla concreta situazione di bisogno in cui versano queste persone, e non sul permesso legale di dimora».

Secondo i vescovi, di recente sarebbe bastata l’offerta di protezione o alloggio per incorrere nel reato. Nei casi osservati «il prestare aiuto risultava peraltro, indistintamente, da motivi di tutto rispetto». E segnalano che «tra il diritto e la legge da una parte, la giustizia dall’altra, intercorre da sempre una tensione irrisolvibile. Essa è percepibile anche nella prassi, testata su secoli, dell’asilo dato dalla Chiesa. Il suo compito infatti non si esaurisce nell’osservanza delle leggi. È suo compito anche affiancare i poveri, i fuggiaschi, gli emarginati, dare una casa ai senzatetto, indipendentemente dal loro permesso legale di dimora».

Il caso recente più noto è dell’agosto 2018, quando il pastore Norbert Valley, ex presidente della Rete evangelica svizzera, è stato condannato dal tribunale del cantone di Neuchâtel al pagamento di una multa di 1000 franchi per aver facilitato l’alloggio di un richiedente asilo togolese. «Credo — ha dichiarato in un’intervista al portale cattolico Cath.ch — che Gesù sia il salvatore di ogni uomo. Sarebbe perverso aiutare le persone con un’agenda di conversione. Qualche giorno fa tenevo fra le braccia l’ultimo nato dei miei amici musulmani. A loro ho chiesto solo se potevo benedirlo. Hanno accettato, l’ho fatto. Davvero molto semplice». Senza sostenere esplicitamente l’iniziativa parlamentare, anche la Federazione delle Chiese protestanti di Svizzera è intervenuta giorni fa con un comunicato chiedendo di «smetterla con la criminalizzazione della solidarietà umana». Dopo aver ricordato l’aiuto alle persone bisognose offerto da parrocchie e associazioni protestanti, la nota si conclude sottolineando che «la solidarietà della Chiesa verso i rifugiati e i richiedenti asilo, contro la quale lo Stato intenta attualmente un’azione giudiziaria, si fonda su una pratica di asilo testimoniata dalla Bibbia».

Nel 2017, si legge nella motivazione del testo presentato da Lisa Mazzone, ci sono stati in Svizzera 1175 condannati per incitazione all’entrata, alla partenza o al soggiorno illegali di uno straniero, in virtù dell’articolo 116 che, «per ammissione dello stesso legislatore, mirava inizialmente a combattere la criminalità operata dai passatori». Inoltre, mentre la vecchia legge federale concernente la dimora e il domicilio conteneva una disposizione secondo la quale prestare aiuto non era punibile in certe situazioni se i motivi erano onorevoli, questa è scomparsa nel 2008 quando è entrata in vigore la nuova legge sugli stranieri e la loro integrazione. Una legge, conclude la parlamentare, che «incoraggia la non assistenza e provoca la criminalizzazione in Svizzera di persone che agiscono per motivi puramente umanitari. Questa criminalizzazione è contraria al diritto internazionale, il quale esige dagli stati che tutelino le persone o le associazioni attive nella protezione dei diritti umani».

di Giovanni Zavatta

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06 dicembre 2019

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