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Il discernimento pastorale

· Nell’ultimo numero di «Medellín», la rivista di teologia del Celam, dedicato al magistero del Papa ·

Marc Chagall, «Adamo ed Eva» (1912)

Quando si interpreta il capitolo ottavo di Amoris laetitia, in particolare in riferimento all’accesso alla comunione eucaristica da parte dei divorziati che si trovano in una nuova unione, «occorre partire dalla interpretazione che lo stesso Francesco ha fatto del proprio testo, esplicita nella sua risposta ai vescovi della regione di Buenos Aires. Francesco propone un passo avanti, che implica un cambiamento della disciplina vigente. Mantenendo la distinzione fra bene oggettivo e colpa soggettiva, e il principio che le norme morali assolute non ammettono eccezioni, egli distingue tra la norma e la sua formulazione e soprattutto chiede un’attenzione speciale alle condizioni attenuanti. Queste non si collegano solo alla conoscenza della norma ma anche e soprattutto alle possibilità reali delle decisioni dei soggetti nella loro realtà concreta». È quanto scrive l’arcivescovo Victor Manuel Fernández, rettore della Pontifica università cattolica argentina, in un articolo pubblicato sull’ultimo numero di «Medellín» la rivista di teologia del Consiglio episcopale latinoamericano, interamente dedicato al magistero di Papa Francesco in vista della sua imminente visita in Colombia, a settembre, e in Cile e Perú, nel prossimo gennaio. Il presule, il cui intervento è intitolato «Il capitolo viii di Amoris laetitia: la quiete dopo la tempesta» ricorda come il Papa ammetta «che un discernimento pastorale nell’ambito del “foro interno”, attento alla coscienza della persona, può avere conseguenze pratiche sul modo di applicare la disciplina». Questa novità «invita a ricordare che la Chiesa realmente può evolvere, come è già accaduto nella storia, tanto nella comprensione della dottrina quanto nell’applicazione delle sue conseguenze disciplinari». Ma assumere ciò nel tema che qui si esamina, «esige accettare una nuova logica, senza schemi rigidi. Tuttavia, questo non implica una rottura ma una evoluzione armoniosa e una continuità creativa rispetto all’insegnamento dei Papi precedenti». Oltre a quello del presule, compaiono nel numero 168 di «Medellín» anche articoli, fra gli altri, di Carlos Schickendantz, Santiago Madrigal Terrazas, Cesar Kuzma, Rafael Luciani, Julio Luis Martínez, Afonso Murad, Félix Palazzi, Elias Wolff, María Clara Lucchetti Bingemer, Virginia Azcuy e Rodrigo Guerra López. Dell’articolo di quest’ultimo — intitolato «Per comprendere Amoris laetitia. Premesse e argomenti, risposta a dubbi e obiezioni, cammino e speranza» — pubblichiamo, qui accanto le conclusioni.

Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti

Uno dei paragrafi meno commentati di Amoris laetitia è l’ultimo. La sua bellezza e la sua verità sono straordinarie. Ho l’impressione che questo piccolo testo non sia stato scritto solo per chiudere retoricamente l’esortazione apostolica. In un certo senso, ci permette di contemplare in modo sintetico, sapienziale e pastorale il messaggio centrale di tutto il documento. Amoris laetitia non è un trattato sistematico e completo che esaurisce tutte le materie della teologia morale del matrimonio e della famiglia. È piuttosto un metodo per scoprire come Dio cerca di prendersi cura dell’amore, di assistere l’amore e di curare l’amore nel corso della vita delle persone. È un metodo per non perdere la speranza a causa dei nostri limiti. Credo che non ci sia modo migliore per concludere questa meditazione del testo che segue, che lascia trasparire quello che davvero Papa Francesco pensa nel profondo del cuore su questi temi.

«Le parole del Maestro (cfr. Matteo 22, 30) e quelle di san Paolo (cfr. 1 Corinzi 7, 29-31) sul matrimonio, sono inserite — non casualmente — nella dimensione ultima e definitiva della nostra esistenza, che abbiamo bisogno di recuperare. In tal modo gli sposi potranno riconoscere il senso del cammino che stanno percorrendo. Infatti, come abbiamo ricordato più volte in questa Esortazione, nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare. C’è una chiamata costante che proviene dalla comunione piena della Trinità, dall’unione stupenda tra Cristo e la sua Chiesa, da quella bella comunità che è la famiglia di Nazareth e dalla fraternità senza macchia che esiste tra i santi del cielo. E tuttavia, contemplare la pienezza che non abbiamo ancora raggiunto ci permette anche di relativizzare il cammino storico che stiamo facendo come famiglie, per smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una perfezione, una purezza di intenzioni e una coerenza che potremo trovare solo nel Regno definitivo. Inoltre ci impedisce di giudicare con durezza coloro che vivono in condizioni di grande fragilità. Tutti siamo chiamati a tenere viva la tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti, e ogni famiglia deve vivere in questo stimolo costante. Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare! Quello che ci viene promesso è sempre di più. Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti, ma neppure rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa».

di Rodrigo Guerra López

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11 dicembre 2017

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