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Non mi piacciono
i conflitti

· Intervista di Papa Francesco al quotidiano «La Nación» ·

Pubblichiamo, in una nostra traduzione, l’intervista a Papa Francesco rilasciata il 28 giugno al quotidiano argentino «La Nación» e pubblicata nell’edizione del 3 luglio.

Il frastuono e l’agitazione del mondo sembrano cessare a Santa Marta. La vita lì trascorre in un ambiente di serenità e di silenzio. È la casa del Papa. Francesco entra nella ormai celebre sala della sua residenza. E dice, diretto e preciso: «Non ho nessun problema con il presidente Macri. Non mi piacciono i conflitti. Mi sono stancato di ripeterlo». 

Sa che le voci sulla presunta freddezza tra lui e il presidente argentino sono il pane quotidiano del micromondo politico del suo Paese. Alcuni officiali vaticani hanno cercato una spiegazione a questo insistente mormorio. Sono giunti alla conclusione che in Argentina è in atto una campagna sulla stampa e in rete per screditare il Papa. «È l’unica nazione al mondo dove il Papa è una figura tanto discussa. Ed è la nazione dove Francesco è nato» sottolineano.

Il Papa non si sofferma sulle voci e neppure sulle spiegazioni. Si mostra vicino e affettuoso, come sempre da quando ci conosciamo, quasi vent’anni. È molto più magro dell’ultima volta che l’ho visto. Una dieta equilibrata, che non gli costa grandi sacrifici, gli ha consentito di perdere peso. È contento. Un checkup completo del suo stato di salute gli ha appena confermato che è eccellente. «I risultati sono quelli di una persona di quarant’anni» gli ha detto il suo medico. Conserva l’antico dono di far sentire al suo interlocutore che a lui è rivolta la sua attenzione esclusiva ed escludente. Non si dimentica mai, questo sì, di precisare il suo ruolo di capo di Stato quando parla di un altro capo di Stato. «Macri mi sembra una persona per bene, una persona nobile» aggiunge. Neanche una parola sulle sue politiche. È il limite che deve rispettare come capo di Stato.

Ha mai avuto problemi con Macri?

«Una sola volta, a Buenos Aires, negli oltre sei anni di convivenza. Lui come capo di governo della capitale e io come arcivescovo. Una sola volta in tanto tempo. La media è molto bassa».

E aggiunge: «Di alcuni problemi abbiamo parlato in privato e li abbiamo risolti in privato. E tutti e due abbiamo sempre rispettato il patto di riservatezza. Non ne cerchi i motivi. Non c’è nessuna spiegazione nella storia perché si dica che sono in conflitto con Macri».

Ha ricevuto tre ministri di Macri nelle ultime settimane.

«Alcuni sono vecchi amici, che chiedono di vedermi e io li ricevo con molto piacere» racconta. Sono i ministri dell’Istruzione, Esteban Bullrich, del Lavoro, Jorge Triaca, della cui madre il Pontefice è amico, e il ministro degli Esteri, Susana Malcorra. «Non so come ha fatto un ingegnere elettronico ad avere una simile competenza politica» dice con tono sorpreso ma semplice, riferendosi a Malcorra. «Glielo ho chiesto scherzando» racconta. «Deve aver imparato nelle Nazioni Unite» conclude. Ci sono però due donne del governo Macri sulle quali il Papa si sofferma: la governatrice della provincia di Buenos Aires, María Eugenia Vidal, e il ministro dello Sviluppo sociale, Carolina Stanley. «Conosco la loro sensibilità sociale e so attraverso la Chiesa argentina che continuano a essere molto sensibili di fronte alla sofferenza di quanti hanno di meno» sottolinea.

Sa che l’hanno criticata per aver ricevuto Hebe de Bonafini?

«Persino un amico mi ha inviato una lettera per criticarmi. È stato un atto di perdono. Lei ha chiesto perdono e io non glielo ho negato. Non lo nego a nessuno. Non è vero che le Madri hanno sporcato la cattedrale di Buenos Aires. L’hanno occupata due volte. E tutte e due le volte ho dato l’ordine che non mancassero loro né l’acqua né un bagno. È una donna a cui hanno ucciso due figli. Io m’inchino, m’inginocchio di fronte a una simile sofferenza. Non importa che cosa hanno detto di me. E so che lei ha detto cose orribili in passato».

Su di lui raccontano ogni tipo di aneddoti. L’intermediaria tra Francesco e Bonafini è stata Marta Cascales, moglie del polemico ex segretario del Commercio interno Guillermo Moreno. Il Papa conosce Cascales da oltre trent’anni, non attraverso Moreno, ma perché era amico del suo primo marito, che è morto. Moreno l’ha incontrato un paio di volte mentre era addetto commerciale in Italia e lo ha ricevuto per salutarlo prima della sua partenza. Niente di più. Cascales non ha partecipato all’incontro privato tra il Papa e Bonafini. È stata presente solo all’inizio per salutarlo. Poi Francesco e Bonafini sono rimasti soli. «Abbiamo parlato del perdono e lei mi ha detto quello che dice sempre del governo Macri e che poi ha ripetuto alla stampa. Sono cose sue, non mie. A me interessava lasciare alle spalle una storia di incomprensioni» spiega.

Gli officiali del Vaticano, che hanno indagato sull’origine delle voci sui presunti dissapori tra il capo della Chiesa cattolica e il presidente argentino, ritengono di aver trovato l’ideologo della campagna contro il Papa. È Jaime Durán Barba. Forse lo aiuta qualche ministro importante, dicono (Marcos Peña?). Durán Barba coltiva un ostinato anticlericalismo. Non lo nasconde. È solito mostrarlo senza mezzi termini nelle riunioni del circolo politico più influente del macrismo. A Durán Barba non mancano gli oppositori quando espone le sue tesi. Il più tenace è la vicepresidente Gabriela Michetti, che a sua volta conosce il Papa da molto tempo. Durán Barba è solito esporre in pubblico le sue tesi anticlericali. Perché Macri non lo mette a tacere? «È impossibile lottare contro l’“egomania”» spiega un funzionario di Macri.

Durán Barba non è neppure l’unico anticlericale che approfitta di un momento in cui la politica sta mettendo in discussione la figura del Papa. La campagna sulla stampa contro di lui — denunciano alcuni officiali vaticani, escludendo «La Nación» — si avvale di anticlericali che stavano nascosti. Il Pontefice è rimasto anche schiacciato tra due estremismi, il kirchnerismo e l’antikirchnerismo, quando ha deciso di compiere alcuni gesti pubblici, come ricevere Bonafini o mandare un rosario a Milagro Sala. «Non ho nessun rimprovero personale da fare al presidente Macri» ripete il Papa. Non dirà più nulla sulle voci che girano (rumorología).

È Gustavo Vera il suo portavoce in Argentina?

«C’è molta confusione sui miei portavoce in Argentina. Circa due mesi fa, la sala stampa del Vaticano ha chiarito ufficialmente di essere l’unico portavoce del Papa. Non ci sono altri portavoce, in Argentina e in nessun altro Paese, oltre a quelli ufficiali del Papa. C’è bisogno di ripeterlo? Allora lo ripeto: la sala stampa del Vaticano è l’unico portavoce del Papa».

Quello che sì esiste è un rapporto di lunga data tra il Papa e Vera. «Ciò che Francesco riscatta di Vera è la storia della sua vita, che può essere stata marginale ma che la tenacia e il coraggio hanno reso interessante» aggiungono officiali molti vicini al Pontefice. Vera ha una storia come militante dell’estrema sinistra; il Papa lo ha portato pian piano verso posizioni più ragionevoli. «Non cercate altre spiegazioni oltre a questa, perché non ci sono» ribadiscono. Tuttavia Macri è molto preoccupato perché Vera lascia intendere di essere il portavoce del Papa in Argentina. Vera è per il macrismo quello che Durán Barba è per il Vaticano. Entrambi causa del fatto che girino voci su dissapori tra il Papa e il presidente argentino.

Il rifiuto della donazione da parte del governo argentino a Scholas Occurrentes è stata una sua decisione contro il governo di Macri?

«Per nulla. Questa interpretazione è assolutamente scorretta. Io ho detto ai due responsabili di Scholas, con tutto il mio affetto, che li stavo salvaguardando, li stavo tutelando da eventuali tentazioni o errori nella gestione della fondazione. Non mi riferivo in alcun modo al governo. Al presidente Macri ho detto quando l’ho incontrato qui che si tratta di una fondazione privata con il riconoscimento della Santa Sede. Il governo aveva accolto la richiesta di Scholas perché aveva questa informazione. Continuo a credere che non abbiamo diritto di chiedere un soldo al governo argentino quando ha tanti problemi sociali da risolvere».

A rigore questa interpretazione è anche quella data dal governo Macri, che ha sempre apprezzato la spiegazione verace e precisa della questione scritta dal corrispondente della Nación a Roma, Elisabetta Piqué. In sintesi, non c’è mai stato, per questo sussidio rifiutato, un conflitto tra il Papa e il governo argentino. C’è stato uno scambio di idee tra il Pontefice e i suoi amici José María del Corral ed Enrique Palmeyro, responsabili della fondazione Scholas, che il Papa continua a considerare.

Lei ha offerto un sostegno ai giudici argentini quando li ha ricevuti poco tempo fa?

«Qui c’è stato un congresso mondiale dei giudici sulla mafia e la tratta di esseri umani, come c’era già stato un congresso dei sindaci di tutto il mondo sullo stesso tema. Vi hanno partecipato circa duecento giudici di tutto il mondo. Sei erano argentini. Alcuni di loro hanno chiesto di salutarmi in privato e io ho accettato. E questo è tutto. Non posso appoggiare né smettere di appoggiare, visto che non sono al corrente dei dettagli delle vicende giudiziarie argentine».

Delle riunioni private ha ricordato quelle avute con il presidente della Corte Suprema, Ricardo Lorenzetti, e con il giudice María Servini de Cubría, perché conosce entrambi da molto tempo. «Nella lotta contro la corruzione bisogna andare fino in fondo» è solito dire Francesco. È un concetto globale. Nulla di più. Lui arriva fino al giusto limite consentitogli dalla sua condizione di capo di Stato.

Nonostante questo, si nota che è informato sulle linee principali della politica del suo Paese. Piccoli dettagli lo rivelano. Sa anche che due sondaggi recenti (di Poliarquía e di Isonomía) lo definiscono il personaggio pubblico più stimato dalla società argentina. Gode della simpatia popolare del 75 per cento della popolazione. E solo un 6 per cento degli intervistati ha un’opinione negativa su di lui. Nessun politico argentino può contare su simili numeri a suo favore tra l’opinione pubblica.

Qual è il suo rapporto con gli ultraconservatori della Chiesa?

«Fanno il loro lavoro e io faccio il mio. Voglio una Chiesa aperta, comprensiva, che accompagni le famiglie ferite. Loro dicono di no a tutto. Io continuo il mio cammino senza guardare di lato. Non taglio teste. Non mi è mai piaciuto farlo. Glielo ripeto: rifiuto il conflitto». E conclude con un grande sorriso: «I chiodi si tolgono facendo pressione verso l’alto. O li si mette a riposare, di lato, quando arriva l’età della pensione».

Genio e particolarità di Papa Bergoglio.

di Joaquín Morales Solá

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