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Non lo vedo ma continuo a cercarlo

· La storia insuperabile di Gesù in Jorge Luis Borges ·

Nell’esaminare la poesia di Borges intitolata Luca XXIII (L’artefice, 1960), riprendo alcune nozioni teoriche che inquadrano la ricerca che sto realizzando su «Poesia e Vangelo in Borges». In primo luogo, cito le parole di Paul Ricoeur, che in Filosofia e linguaggio ci dice: «A livello poetico vediamo come la catarsi che compie il poeta non si può separare dal suo carattere culturale originario e pertanto dalla sua dimensione comunitaria: la nuova visione delle cose è, nello stesso tempo, un nuovo modo di essere in comune persino per i lettori sparsi della poesia».

 La proposta, che riguarda il discorso poetico, si manifesta nella poesia di Borges, sempre in dialogo con la tradizione e quindi con la dimensione comunitaria che questa comporta.

È importante pensare a Borges come a un lettore della Bibbia poiché sembra che questa sia stata uno dei cammini dei suoi primi contatti con la letteratura: «Ricordo mia nonna, che sapeva a memoria la Bibbia, per cui (…) posso essere entrato nella letteratura per il cammino dello Spirito Santo». Il riferimento allo Spirito Santo è importante nella concezione letteraria di Borges. Tale concezione poetica s’inserisce nella tradizione dei libri scritti dallo Spirito Santo: «Questo è, credo, ciò che Omero voleva dire quando parlava alla musa. E ciò che gli ebrei e Milton volevano dire quando si riferivano allo Spirito Santo» (Borges).

Il carattere sacro del Libro implica una perfezione assoluta e un significato infinito. Due nozioni che hanno sempre affascinato Borges, ponendolo di fronte al problema della restrizione del linguaggio, da lui teorizzata in diversi saggi, come La poesia e La cabala, solo per cintarne alcuni, e nella sua stessa scrittura, di carattere proteiforme, che arriva addirittura a creare «l’illusione del referente» e trasforma anche il lettore — che interpella — in un lettore proteiforme, in “uno e molti”, come scrive lo stesso poeta: «Di Proteo l’egiziano non ti stupire / tu, che sei uno e sei molti uomini».

Riguardo a Borges e alla poesia scelta in questa occasione, ossia Luca XXIII, mi interessa recuperare il mondo che il componimento ci apre, iscritto nella memoria collettiva, tenendo conto del rapporto tra Vangelo e linguaggio poetico, la “sospensione del referente principale” in questa scena evangelica, e della lettura che Borges promuove come poeta agnostico, ma al contempo come poeta peculiare nella sua percezione del mistero.

Che cosa significano per il poeta Borges i Vangeli nella tradizione d’Occidente? In una conferenza tenuta ad Harvard nel 1969, dal titolo L’arte di raccontare storie, Borges, facendo riferimento alla forma più antica della poesia, ossia l’epica, citava tre esempi: «L’Iliade, l’Odissea e un terzo “poema” che spicca notevolmente sugli altri: i quattro Vangeli».

Se ci atteniamo a quanto esposto finora, il poeta Borges non può allora superare né migliorare il canone evangelico. Il nostro poeta dovrà quindi avventurarsi a “riscrivere” i Vangeli, a sovrapporre la propria voce alla trama canonica, a compiere operazioni di negazione o di ribellione del referente dottrinario, come in Frammenti di un vangelo apocrifo — forse il progetto più audace in tal senso — oppure a invertire o ad alterare scene, come in Cristo sulla croce: «Cristo non sta in mezzo. È il terzo».

Se la storia di Cristo è “poesia”, Borges si confronta anche con la riscrittura di questa storia “insuperabile”, ai limiti del linguaggio. Un problema che lo stesso evangelista Giovanni, nel concludere il quarto Vangelo, esprime a parole: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (21, 25).

Il non “dettagliato”, che equivale al non detto, condurrebbe Borges nel terreno delle congetture e delle intuizioni proprie dell’“enigma” della poesia.

Ebbene, la storia di Cristo narrata nei Vangeli è per Borges insuperabile, come sottolineava in quella conferenza: «Diciamo che per molti secoli, queste tre storie — quella di Troia, quella di Ulisse e quella di Gesù — sono bastate all’umanità. La gente le ha raccontate e riraccontate (…). Ma nel caso dei Vangeli c’è una differenza: credo che la storia di Cristo non possa essere raccontata meglio».

Se per la teologia, come afferma Ratzinger, è impossibile superare le parole di Gesù, altrettanto difficile lo è per Borges che, sebbene sospenda il referente o si liberi della sua epistemologia, non riesce in questo caso a demolire le verità sacre e a creare un nuovo mito biblico.

Per quanto riguarda il versetto scelto da Borges, Luca XXIII, dobbiamo pensare che l’evangelista Luca non era di origine ebraica e si rivolgeva ai gentili, un po’ come Borges ai lettori. I tratti distintivi che, secondo gli esegeti, questo evangelista voleva evidenziare, erano la misericordia e il carattere universale della salvezza. I tratti distintivi del Vangelo di Luca sono ripresi da Borges con la scelta dell’episodio che conosciamo come “il buon ladrone”, inserito nella passione di Cristo, che fa riferimento alla promessa del paradiso da parte di Gesù al ladrone buono. Il dialogo tra questi e Gesù viene descritto solo nel Vangelo di Luca. Ciò può essere stato importante al momento della scelta poetica. Il dialogo della scena mette in evidenza la drammaticità della situazione, conferendo un carattere letterario al nucleo teologico.

È quel momento tragico — quello di Cristo sulla Croce — che Borges riscrive dalla prospettiva della memoria, che riunisce e ha riunito la comunità degli uomini, come se si proponesse di ampliarla ricreando una scena che continua a ripresentarsi nel tempo attraverso metafore, analogie e drammatizzazioni. Borges affronta il Cristo tragico della Croce — che è quello della poesia — e non il Cristo dottrinario della Risurrezione. Si tratta del Dio che si fa uomo fino alla morte e che Borges non vede dall’ottica della fede del credente, ma dall’inquietudine del poeta agnostico, come una ricerca che lo accompagna fino alla fine dei suoi giorni, come si legge in Cristo sulla croce: «Non lo vedo / e continuerò a cercarlo fino al giorno ultimo / dei miei passi sulla terra».

Per quanto riguarda il nostro tema, ossia il rapporto tra referente religioso e linguaggio poetico, riteniamo che l’agnosticismo di Borges lo situi in un atteggiamento di saggezza nel riconoscere l’impossibilità di conoscere Dio, il grande enigma, ma insieme di ammissione della sua carnalità nella figura di Cristo, così come lo ha espresso nelle voci poetiche della sua composizione Giovanni i, 14 (Elogio dell’Ombra, 1969).

Questo atteggiamento lo porta a non considerarsi, come poeta, superiore al Verbo, che ci precede, e a riconoscere il linguaggio metaforico delle Sacre Scritture, come un evento letterario che supera se stesso, al punto da considerare i Vangeli la migliore storia narrata in Occidente, poiché in essi le parole non sono solo significati ma anche forze provenienti da Dio.

Il fatto di apprezzare i Vangeli per il loro valore estetico ci dimostra l’importanza che Borges attribuisce a questo aspetto, che sarebbe il valore predominante della poesia. L’aspetto estetico sarebbe così per Borges — assieme a un’imminenza, a una rivelazione che sta per accadere, quel pomeriggio, quella mattina — una forma di salvezza unita all’aspetto etico.

La religiosità che sottende l’opera di Borges fa parte del rapporto con il mistero attraverso il linguaggio della poesia che egli concepisce come una linguaggio equiparabile a una lingua sacra, magica, in conformità con alcuni tratti della Parola divina. Da qui la fede letteraria di Borges, analoga a quella del credo religioso, come egli stesso ha anticipato in uno dei suoi primi saggi, Professione di fede letteraria: «Del mio credo letterario posso affermare ciò che vale per quello religioso: è mio perché credo in esso, non perché inventato da me».

María Lucrecia Romera
Instituto Universitario Nacional del Arte, Buenos Aires

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