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Per non lasciare
solo Dio

· ​Compassione e misericordia nell'ebraismo ·

«Un giorno si stava portando a macellare un vitello. L’animale, che presentiva il suo infausto destino, cercò riparo tra le vesti di Rabbi Yehudah. Quest’ultimo lo scacciò apostrofandolo con parole particolarmente dure: “Via! Per questo sei stato creato!”. Allora in cielo dissero: “Non ha pietà e perciò gli procureremo delle sofferenze”, e “per tredici anni Rabbi patì a causa di diverse malattie”».

Il profeta Giona

Così inizia un midrash — tipico commento del Tanach, la Bibbia ebraica — che consente a Piero Stefani, teologo ed esegeta, di navigare «nell’arcipelago della misericordia». Il breve ma prezioso testo (Le donnole del rabbi. Compassione e misericordia nell’ebraismo, Bologna, Edb, 2016, pagine 60, euro 7,5) propone la vicenda di Rabbi Yehudah Hanassi, «il compilatore della Mishnà (codificazione della Torah orale risalente al ii secolo d.C.)».
La svolta nell’animo del sofferente avvenne inattesa, sempre grazie al mondo animale, quando la sua serva, mentre riassettava la casa, «s’imbatté in un paio di piccole donnole; decise di buttarle con violenza fuori di casa. Allora Rabbi Yehudah le disse: “Lasciale stare! Sta scritto: ‘La sua misericordia è su tutte le sue opere’”». E il Rabbi si ritrovò immediatamente guarito da tutti i suoi mali.
Un tempo aveva mancato per indifferenza, ora il suo sentire era diverso perché «nella misericordia è insito il desiderio di giungere a una condizione differente dall’attuale».
L’autore cita «la basmala musulmana che tutto consacra, dicendo Bismi ‘Llahi ‘r-Rachmani ‘rRachimi: “Nel nome di Dio, misericordioso e compassionevole”, mentre la memoria cristiana riporta alla parabola del buon samaritano e all’episodio di Francesco che salva la vita a due agnellini privandosi, nel freddo pungente, del mantello donatogli. Come navigare nell’arcipelago della misericordia? “Una via… è seguire, nella Bibbia e nella tradizione giudaica, alcune tracce connesse a tre radici verbali ebraiche: rchm, shkhn, nchm”. La prima si riferisce alle viscere o meglio all’utero; la seconda all’abitare; la terza sia al pentirsi sia al consolare».
Si dispiega così lo spettro linguistico che illumina la ricerca. La radice materna instaura una relazione che «non è paritetica o reversibile; essa indica piuttosto un curvarsi di chi è più in alto verso colui che si trova più in basso». La relazione con il Creatore che dona forza alle relazioni fraterne.
Non si oppone alla violenza o all’aggressività ma combatte l’indifferenza al dolore altrui. Anche se la realtà non si può cambiare, tuttavia esiste una dimensione diversa, legata alla seconda radice verbale, perché si può abitare la situazione altrui e la sofferenza che suscita. In ebraico è la Shekinà, «la presenza divina che abita in noi» che compie un’azione santificatrice, così il Signore «si fa carico della sofferenza altrui pieno di tenerezza».
Il legame fra giustizia e misericordia si stempera perché la persona può pentirsi e smuovere anche il Creatore, come dimostra la vicenda di Giona e come attesta Tommaso d’Aquino: «Egli muta decisione ma non muta consiglio». Si crea allora prossimità, vicinanza fra le persone.
Scatta quindi quella dinamica che promana dalla terza radice verbale: «Alla creatura umana non è concesso nulla di più alto che riuscire a consolare il proprio prossimo; né vi è esperienza più indimenticabile dell’essere consolati».
Si spalanca però un’ulteriore dimensione quando il Signore grida: «Consolami, consolami o popolo mio». Tutta la storia d’Israele ne è trapassata: «Dall’affermazione del Salmo 145, secondo la quale “la sua misericordia è su tutte le sue opere”, consegue che colui che agisce in modo compassionevole verso le creature, fossero pure due cuccioli di donnola, imita il Signore e così facendo gli arreca consolazione; allora Dio, quando si prende cura delle sue creature, s’accorge di non essere più solo». 

di Cristiana Dobner

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07 dicembre 2019

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