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Lungo il percorso dei Borromeo e di Filippo Neri

· Il 2 agosto 1667 moriva il Borromini ·

Ritratto di Francesco Borromini  (chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane)

Sull’«Osservatore Romano» dell’11 gennaio scorso si è fatto rapido cenno a un fatto che dovrebbe essere noto da tempo ma non lo è affatto e continua a essere ignorato. Ora, nel ritorno dell’anniversario della morte di Francesco Castelli, più noto con lo pseudonimo di Borromini, si può ripeterlo in forma meno sintetica. Si era infatti allora solo ipotizzato «un qualche sia pur forzato paragone tra la fine violenta di Johann Joachim Winckelmann nel 1768 e quella di Francesco Castelli, il Borromini», di 101 anni prima: che «non morì affatto suicida, come troppo spesso si ripete, ma perdonando e salvando dalla pena capitale colui che, incaricato di accudirlo, lo aveva invece accoltellato nel corso di una lite».

È infatti passato ormai mezzo secolo da quando sono stati messi in mostra e pubblicati i documenti d’archivio che provano in modo difficilmente confutabile come il Borromini non sia morto suicida, ma abbia piuttosto scelto di graziare con l’ambiguità di una dotta locuzione retorica il suo assassino (cfr. Ragguagli Borrominiani. Mostra documentaria, catalogo a cura di Marcello Del Piazzo, pubblicazioni degli Archivi di Stato LXI, Roma 1968). Cinquant’anni sembrano pochi ma sono un settimo del tempo trascorso dalla morte di Borromini.

Al mattino del 29 luglio 1667 si consuma il delitto e da quel momento sino al 2 agosto si protrae per quasi cinque giorni una lucidissima agonia. Dunque al termine dell’anno di compimento del trecentocinquantesimo anniversario dalla morte di Francesco Castelli, prima cioè che la distanza da quei fatti cresca ancora, pare venuto il tempo di ripetere che non di suicidio si è trattato, ma di tutt’altro.

Borromini fu esempio altissimo non solo in architettura, ma anche e forse prima ancora in quel moto che verrà poi definito della Riforma cattolica, lungo il percorso di Carlo e Federico Borromeo e di Filippo Neri, nella austerità di vita quasi contrapposta alla magnificenza dei doni. Sulla scia di molti altri artisti, da Dante a Leonardo, da Lorenzo Lotto a Michelangelo, anche il Borromini fu una sorta di stoico epicureo, tratto che però nel suo caso ci si ostina ottusamente a ignorare, deformandone il profilo. Sembra un paradosso che chi ha esercitato su di sé assoluto controllo, chi ha meditato, piegato e articolato perfino le malte e le pietre, suscitando con esse emozioni, lo abbia fatto varcando questa soglia, cioè trattenendosi anziché lasciandosi andare senza argini, ma a ben vedere è proprio così.

Sulle principali e migliori enciclopedie, di Francesco Castelli si legge tra l’altro che «condusse vita solitaria e ansiosa, che si concluse con il suicidio». Questo sintetico lapidario epilogo che si riverbera sull’intera sua esistenza però, benché sia molto e autorevolmente ripetuto, non corrisponde al vero. Già dal 1968 il catalogo citato e la pubblicazione degli atti di un convegno ha reso noto un dato prima accessibile solo ai frequentatori degli archivi. Eppure quel dato di fatto è rimasto, malgrado ciò, anche in seguito prevalentemente ignorato. Si può oggi serenamente affermare che il Borromini gravemente malato sia stato infatti ucciso nel corso di un litigio dal suo scudiero.

Già molto malato da prima e quindi ferito a morte, è vissuto ancora per diversi giorni nel corso dei quali ha avuto tempo e modo di decidere di graziare il suo giovane assassino, lasciando garbata notizia del suo gesto e della sua generosità in modo criptico, intellegibile solo agli eruditi, agli osservatori attenti. Che i frettolosi dunque lo credessero pure suicida, se questo sacrificio della sua immagine postuma serviva a salvare una vita che altrimenti sarebbe stata condannata al patibolo.

Motivo della lite era stato il suo diritto di leggere per distrarsi dalle sofferenze della malattia, nelle lunghe ore notturne nelle quali non riusciva ad abbandonarsi al sonno per i dolori. Tale nobile e più che legittimo anelito era contrapposto al naturale diritto di dormire del giovane incaricato di stargli accanto, e di farlo a lume spento, in silenzio, senza fruscio a ogni voltar di pagina. Venuta l’alba dopo una lunga notte insonne, di sofferenze, senza possibilità di distrarsi con l’interesse per la lettura, veglia dell’ammalato e quiete del sonno per il giovane, punteggiata da ripetute dispute sul diritto di accendere un lume, fattosi giorno il Borromini sveglia l’assistente incaricato di accudirlo nella malattia, e gli chiede di aprire finalmente le impannate alla luce del sole.

«Ne nacque una lite grandissima», sono le sue parole, alla conclusione della quale Borromini dichiara di essersi gettato sulla spada. Era l’atto che in antico veniva compiuto in guerra (che potrebbe qui alludere al litigio) per non cadere prigionieri (in tale stato era stato ridotto nottetempo dal suo assistente il Borromini) ma soprattutto quell’atto nella tradizione di età classica avveniva con la attiva partecipazione dello scudiero. L’atto in sé e per sé, senza un aiuto, non sempre era tecnicamente possibile sul campo di battaglia, figuriamoci in una stanza e da parte di un malato: mancava oltretutto il terreno nel quale infiggere l’impugnatura della spada sino all’elsa, mancavano le energie per alzarsi e slanciarsi nel gesto suicida. E perfino all’aperto e nel pieno delle loro energie la tradizione conferma che gli uomini d’arme venivano assistiti in quella estrema fuga dalla sconfitta. Per non dire che la ferita non immediatamente mortale è l’eccezione del gesto suicida: dunque il Borromini ha velatamente avvertito il buon intenditore di non aver agito contro sé stesso, di non essersi inflitto quella pena da solo, di essere stato aiutato nel trapasso, ma lo ha fatto in modo così celato e tanto garbato da far salva la vita del suo assistente, che in quella notte e in quei risvegli era divenuto persecutore prima e boia poi.

Del quale giovane spiccano inequivocabile l’ignoranza, la povertà spirituale e morale: ma forse è anche e proprio questa pochezza, questa miseria che muove l’artista alla pietà e al perdono. Lui che non conosceva timore, che non si era certo risparmiato e che si era battuto coi suoi pari e con i forti, ad armi impari (che malgrado le apparenze sono decisamente in suo favore) in quella lite meschina preferisce la scelta che può essere equivocata con una resa o una sconfitta, peggio con un suicidio, per chiarire di chi sia e a chi sorrida, malgrado le apparenze, la vittoria.

Che poi il Borromini non potesse contemplare il suicidio non lo dicono solo gli scritti dei testimoni dei suoi ultimi giorni e i tecnicismi, ma tutta la sua vita e perfino la scelta già adulta del suo soprannome.

Anche se c’è chi vuole farlo derivare dal cognome di un affine, tal Brumino, pare molto probabile che (fosse pure solo per questa marginale variazione, da Brumino in Borromino) possa essere ricondotta a san Carlo e a Federico Borromeo, che fondò la Biblioteca ambrosiana di Milano nel 1609 e la omonima quadreria pinacoteca nel 1618, fu discepolo dell’Almo Collegio Borromeo dell’università di Pavia (fondato da Carlo Borromeo nel 1561) dove si laureò in teologia e in diritto. Borromini potevano essere allora detti i seguaci di queste figure e perfino gli allievi del collegio.

Si concludono con la nuova ricorrenza le celebrazioni per il trecentocinquantesimo anniversario della morte del Borromini. Non se ne può dare qui nemmeno un riepilogo, ma tra le molte iniziative merita di essere ricordata la Morte di Borromini, composizione per orchestra e letture di Salvatore Sciarrino.

Ma si deve anche segnalare che il grande impegno profuso prosegue con il bando di un concorso promosso dalla Fondazione Alessandro Rigi Luperti, con il patrocinio del Vicariato di Roma e di altri enti, riservato agli studenti di architettura. La scadenza per la consegna è fissata per il prossimo 8 ottobre; l’invito è quello a immaginare la forma di una cupola romana incompiuta e ferma al solo tamburo, rimasto sormontato da un semplice tetto a capanna: si tratta di quella che avrebbe dovuto innalzarsi sulla chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. È un modo per tornare a girare attorno a un’idea certamente esistita, ma perduta.

di Francesco Scoppola

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18 agosto 2019

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