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Non ero pronta
ma ho lasciato tutto

· L’emigrazione raccontata da Lilia Bicec in «Miei cari figli, vi scrivo» ·

Testamento non letto, si chiamava questo libro nel 2009, alla sua apparizione in rumeno. Oggi ha un titolo più propriamente epistolare (Miei cari figli, vi scrivo, Torino, Einaudi, 2013, pagine 180, euro 16) anche se contiene lettere, o ipotesi di lettere, la maggior parte delle quali scritte ma non spedite, di una donna che ha lasciato paese e famiglia per emigrare in Italia in cerca di un futuro, più che per sé, per i suoi due figli.

L’autrice, Lilia Bicec, è una moldava figlia di ex deportati in Siberia, laureata, giornalista la cui libertà di parola, sia pure dopo l’indipendenza del Paese, è stata ostacolata in mille modi da politici, funzionari, autorità locali. Ha sperimentato una povertà così totale che, nel 2000, ha lasciato tutto ed è partita illegalmente per l’Italia. Non è di un romanzo che si tratta, anche se preponderante è l’abilità narrativa con cui sono scritte le mille evenienze, fatti pensieri propositi e problemi; sogni rimpianti caos e ansia. Ma di un libro di ricordi, nel desiderio di una comunicazione scritta che però non viene partecipata agli amatissimi destinatari, i figli Cristina e Stasi soprattutto, ma trattenuta in fogli che solo molto più tardi avranno la possibilità della testimonianza pubblica, ufficiale. A cominciare dallo sguardo della figura femminile della copertina, una lama lucida e penetrante ancorché protesa verso il nulla, carica di consapevolezza e di dignità. Verosimile controfigura della protagonista, la donna ritratta è il simbolo di tutte quelle che lottano, e sono la quasi totalità, che cercano soluzioni, restano affidabili, coltivano speranze, si rialzano sempre.

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14 ottobre 2019

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