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Non elucubrare ma vivere

· Prediche a Pentling ·

È tanto piccola quanto preziosa la raccolta di dieci prediche inedite che il cardinale Joseph Ratzinger tenne durante le vacanze estive tra il 1986 e il 1999 a Pentling, il paesetto alle porte di Ratisbona dove il porporato aveva comprato una casa per ritirarvisi con il fratello una volta concluso il suo servizio romano. Circostanza che, com’è ben noto, non si è poi potuta verificare perché il teologo, trasferitosi nel febbraio del 1982 a Roma come prefetto dell’antico Sant’Uffizio ed eletto nel brevissimo conclave del 2005, non ha più lasciato Roma, dove vive da quasi trentaquattro anni. All’origine stanno le trascrizioni dalle registrazioni di quelle omelie tenute a braccio, inviate a Benedetto xvi da Christian Schaller, dell’Institut Benedikt XVI., riviste dall’autore, pubblicate qualche mese fa nell’originale tedesco (Joseph Ratzinger, Pentlinger Predigten, Regensburg, Schnell & Steiner, 2015) e ora in italiano nella traduzione di Pierluca Azzaro rivista da Lorenzo Cappelletti, con una nota editoriale di Giuseppe Costa e una breve prefazione dello stesso Benedetto xvi (Le omelie di Pentling, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2015, pagine 101, euro 12). Pubblichiamo la prima delle dieci prediche (24 agosto 1986), fitte di spunti e che si chiudono con il commento al brano evangelico di Matteo sulle chiavi del regno dei cieli, tenuto il 22 agosto 1999. «Non siamo soli nella nebbia di questo mondo» concluse quel giorno d’estate Ratzinger, «non siamo soli con i nostri fallimenti, ma Dio è buono e ci dona la grazia del perdono ogni volta che ne abbiamo bisogno».

di Joseph Ratzinger

Lo studio della casa di Pentling

«In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme». Non lo ha fatto solo allora: lo fa anche oggi. Anche oggi egli è con tutti noi in cammino verso Gerusalemme, cioè in cammino verso la città nuova che non ha più bisogno di alcun tempio perché egli abita in mezzo a noi, verso la città nuova nella quale Dio sarà tutto in tutti e così noi saremo l’uno nell’altro e l’uno con l’altro. Egli, infatti, non si è allontanato dalla storia, ma l’accompagna così da accompagnarci verso questa Gerusalemme, la città vera e definitiva: proprio per questo è possibile anche l’altra cosa, e cioè che continui a passare per città e villaggi, insegnando: anche qui, a Pentling. Anche qui egli è in mezzo a noi e ci ammaestra. È presente in vari modi. È presente nel mistero dell’eucaristia, che ci viene sempre dischiuso. È presente nei sacramenti. È presente per mezzo del suo santo Vangelo. E poi anche dal muro della chiesa, dalla croce volge lo sguardo al cammino quotidiano di ognuno di noi, ci guarda e ammaestra.

Prestiamo attenzione al vangelo di oggi per comprendere meglio cosa ci dice, cosa vuole insegnarci. C’è un uomo che vorrebbe tanto sapere quale sarà l’esito ultimo della storia. Gli chiede se saranno pochi o molti quelli che alla fine si salveranno. La risposta di Gesù è a un tempo rimprovero e incoraggiamento: «Sforzatevi». Significa che a noi non compete chiederci come la storia andrà a finire; che non dobbiamo cercare di ergerci noi stessi a giudice universale, come a voler guardare le carte di Dio per tentare di comprendere la logica di questo mondo e della nostra stessa vita. Ogni volta che facciamo questo, ogni volta che pretendiamo di risolvere e dare noi un giudizio sull’insieme della storia e della nostra vita, ci smarriamo. Gli uomini che vogliono fare questo finiscono per vivere nell’amarezza, nell’ira e persino nell’inimicizia verso Dio, e questo perché è proprio vero che dalla piccola e parziale prospettiva della nostra vita non possiamo vedere e capire il tutto. È quello che Dio ha detto a Giobbe: «Smettila di voler essere tu stesso il giudice universale! Così facendo ti smarrirai solamente». Quando cominciamo a voler dire a Dio se doveva permettere Auschwitz oppure no, se sia stato giusto in questo o in quello, scegliamo una prospettiva che non conosciamo e alla fine non possiamo che essere scontenti e confusi. Il compito che ci è dato è un altro: non elucubrare, ma vivere! Questa è la risposta di Gesù: vivere nella fiducia, vale a dire portare la nostra vita di fronte a lui e, fin dove ci è possibile, aiutare gli altri a portare la loro, così come essi aiutano noi a portare la nostra. E, conformemente alla lettura che abbiamo appena ascoltato, riconoscere proprio in quello che di più incomprensibile ci accade che egli ci tratta da figli e figlie, che proprio in ciò che non comprendiamo egli è colui che ci ama. Se facciamo questo, se smettiamo di voler giudicare, e camminiamo, andiamo avanti, ci sforziamo, allora acquisiamo anche il giusto sguardo verso di lui.

«Sforzatevi!», questa è la sua risposta. Ciò significa in primo luogo che la maniera giusta di vivere, l’autentica umanità che conduce alla salvezza, alla gioia definitiva, esige uno sforzo, e questo oggi ci è divenuto estraneo. Ci sforziamo in tante attività: per il nostro lavoro, per le cose tecniche, per lo sport. Ma troppo spesso dimentichiamo che, perché riesca, merita uno sforzo, ha bisogno di uno sforzo anche lo stesso essere uomini in modo autentico, anche lo stare davanti a Dio e con Dio nel modo giusto. Ed è questo che qui ci si raccomanda: più di tutte le altre cose che certo giustificano lo sforzo, merita ogni nostro sforzo la vita stessa, il diventar giusti davanti a Dio e al prossimo. Senza sforzo la vita non può riuscire. Sforzatevi! La vita ha bisogno di sforzi, che significa anche: vale la pena sforzarsi. Lo sforzo non sfocia nel nulla. Dio ci attende e, quando a volte ci fa fare degli sforzi, quando a volte rende la vita faticosa, proprio allora ci porta sulla via alla fine della quale sta aperta la porta. Questa è dunque la sua risposta in termini generali: «Non elucubrare su quello che un giorno sarà, ma vivere!». Sforzarsi, per lo sforzo che Dio fa per noi.

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