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Non è un mondo
per bambini

· L’inquinamento colpisce soprattutto i più giovani ·

Si parla tanto di inquinamento e in questi giorni i danni fatti dal bisfenolo a, un additivo plastico, ricorrono sui maggiori giornali, così come i danni da smog urbano. Forse non tutti sanno però quanto l’inquinamento costi in particolare ai bambini. L’epidemiologo Joseph M. Braun sulla rivista «Nature Review Epidemiology» spiega con dovizia di particolari come l’esposizione precoce alle sostanze inquinanti metta il soggetto ad alto rischio di sviluppare obesità e problemi neurologici. Anche un gruppo di ricercatori italiani sulla rivista «Birth Defects Research» conferma che gli inquinanti pericolosi possono arrivare al bambino addirittura col latte materno o col liquido amniotico.

Ma la cosa più grave è che le norme di prevenzione anti-inquinamento sono state create valutando i rischi su una popolazione “media” e non su quella più debole e fragile di cui i bambini sono l’esempio vivente. Eppure i rischi per la salute sono tanto maggiori quanto più piccolo è il soggetto. Basti pensare ai rischi di varie sostanze quali solventi, plastiche, antiparassitari, che possono alterare la produzione ormonale del soggetto che li ingerisce: è ovvio che daranno rischi tanto maggiori quanto più importanti quegli ormoni sono per la crescita, cioè quanto più piccolo è il soggetto. Eppure le protezioni per i minori non aumentano, nonostante queste evidenze.

Nel bambino gli inquinanti possono agire alterando la maniera di esprimersi del Dna, con un effetto detto in linguaggio scientifico «epigenetico», cioè determinando geneticamente lo sviluppo di malattie che da adulti i soggetti trasmetteranno col loro Dna ai loro stessi figli, come riporta la rivista «Developmental Medicine and Child Neurology» del gennaio 2019.

Un discorso simile si può fare per la protezione dei minori dagli inquinanti fisici, nemici invisibili sempre in agguato, diffusi e pericolosi, ove i parametri di sicurezza sono standardizzati sul rischio che corre una popolazione media e non sulla fragilità dei bambini. Gli inquinanti fisici sono quei fenomeni non legati a sostanze chimiche, ma alla classe di cui fanno parte le sorgenti elettriche o radiologiche.

Un esempio è l’inquinamento sonoro: per i non addetti ai lavori parrebbe un fenomeno trascurabile, ma invece mette a rischio l’udito, il sonno e anche la produzione ormonale di milioni di bambini ormai sottoposti ad altissimi livelli di suoni attraverso le cuffie dei cellulari e videogiochi, o attraverso i rumori presenti nelle case di notte che impediscono un sonno adeguato secondo i canoni scientifici. I livelli di intensità sonora permessi nei cinema e nelle discoteche arrivano a soglie altissime, addirittura in grado di creare un senso di stordimento, ma anche di agire in maniera ancor più nociva su alcune categorie di soggetti fragili, per esempio i bambini con disturbi dello spettro autistico, che talora per questi motivi si trovano in condizione di non poter essere portati al cinema. Ma gli standard di protezione sono tarati su quello che nuoce a un adulto medio e non ai piccoli. Per questo si stanno moltiplicando sale cinematografiche autism friendly in cui i rumori non superano una certa soglia, ma sono casi dettati dalla buona volontà dei singoli gestori, per poter garantire l’accesso al cinema non solo a soggetti con disabilità mentali, ma anche ai bambini piccoli.

Per non parlare poi dell’inquinamento da campi elettromagnetici, altro fenomeno cui i bambini sono altamente esposti, basti pensare alle ore passate al telefonino o al computer e in cui i parametri di prevenzione sono basati su studi fatti sugli adulti, o comunque su una popolazione “media”.

Ecco allora la necessità di ricalibrare l’attenzione della società e degli esperti sugli “ultimi”, che oltre a essere i più fragili sono quelli che spesso nemmeno possono parlare. Già, perché sembra spesso che per ottenere garanzie si debba faticare, pretendere, alzare la voce, poter votare, influire, influenzare; invece le garanzie per la salute dovrebbero scattare automaticamente una volta che se ne appuri l’opportunità, anche se costa. E talvolta un costo c’è e rende difficile la prevenzione; basti pensare per esempio che certe plastiche pericolose che hanno il nome di “ftalati” sono state proibite nei giocattoli per bambini, ma restano ancora in molti oggetti di uso comune tra cui anche quelli che si usano negli ospedali per curare gli stessi bambini, come ben illustra il Gruppo per la sicurezza delle trasfusioni dell’Università di Edimburgo sulla rivista specializzata «Vox Sanguinis». Costerebbe molto eliminarli, ma il vantaggio per la società sarebbe incalcolabile.

A marzo si tiene a Londra il quinto convegno mondiale sui danni da inquinamento, intitolato Pollution Control and Sustainable Environment in cui uno dei temi sarà la valutazione dei danni malformativi e di perdita di quoziente intellettivo nei bambini sottoposti a inquinamento. Le società scientifiche già sono in prima fila per far presente questo fenomeno, ora tocca a chi gestisce la cosa pubblica prenderne atto e aumentare le garanzie: uno stato moderno deve basare i suoi standard sempre e comunque sui bisogni degli ultimi.

di Carlo Bellieni

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17 settembre 2019

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