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Non è Francesco

· Sulla dibattuta paternità di un commento al Padre Nostro ·

La notizia — ormai alcuni anni fa — della scoperta di una nuova leggenda agiografica di san Francesco fece fare salti di gioia. Un articolo comparso su «Le Monde» il 24 gennaio 2015 diffuse infatti la notizia, subito rilanciata nelle sedi più diverse, che Jacques Dalarun aveva rintracciato, in un manoscritto proveniente da una collezione privata e poi acquisito per 60.000 euro dalla Biblioteca nazionale di Parigi (segnatura Nal 3245), una nuova vita del santo scritta da Tommaso da Celano. Dunque un’opera finora ignota, la quale si aggiungeva alla Vita beati Francisci (più conosciuta come Vita prima) redatta dall’agiografo abruzzese tra il 1228 e il 1229, ma che precedeva il successivo Memoriale (meglio noto come Vita secunda) composto intorno al 1247.

Francisco de Zurbarán, «San Francesco»

A giudizio dello storico, che ne ha dato poi alle stampe il testo, il codice — di centoventidue fogli di piccole dimensioni (82 x 120 mm) — proviene da un convento di frati Minori dell’Italia centrale, dove durante il generalato di frate Elia venne copiata la Vita; anzi, Dalarun si spinge fino a ipotizzarne la produzione nella stessa Assisi.

In seguito, sotto la direzione dello stesso studioso, un gruppo di specialisti ha trascritto e analizzato alcuni dei testi contenuti nel manoscritto per poi ritrovarsi a discutere i risultati raggiunti in un apposito convegno, tenutosi a Parigi nel settembre 2017.

In un agile volume edito dalla San Paolo, Dominique Poirel — uno dei membri del gruppo — pubblica ora in edizione bilingue (testo latino e traduzione a fronte) un Commento al Padre Nostro, che nel codice in questione occupa i fogli 43r-45v, assegnandone la paternità a Francesco d’Assisi. In verità, l’attribuzione non è data per certa neppure dall’editore poiché, malgrado in copertina e nel frontespizio il nome dell’assisiate campeggi in grande evidenza quale autore dell’opera, il punto interrogativo che compare nel sottotitolo induce a pensare che tale ipotesi non sia affatto sicura come invece, a prima vista, si vorrebbe far credere (Francesco d’Assisi, Commento al Padre Nostro. Un testo finora sconosciuto del Poverello?, 2018, Cinisello Balsamo, edizione bilingue a cura di Dominique Poirel, 2018, pagine 94, euro 12).

In effetti, dal momento che l’autore del testo «si esprime in nome di una comunità religiosa», e considerando che il testo in questione segue immediatamente le Ammonizioni di san Francesco, Poirel è certo che «i “fratelli” ai quali si indirizza l’omelia sono dei frati minori». Lo studioso si mostra consapevole degli argomenti contrari a un’attribuzione dello scritto a Francesco d’Assisi: il testo, d’altra parte, non gli viene ascritto, ma resta anonimo, né compare mai nelle varie raccolte di scritti dello stesso Francesco, le quali riportano invece un altro commento (una preghiera) sul Padre Nostro; anche il vocabolario non è quello usuale dell’assisiate; per di più, vi si ritrovano citazioni scritturistiche non utilizzate negli altri scritti — unanimemente ritenuti autentici — del santo; appaiono infine abbastanza inusuali due citazioni di sant’Agostino. Poirel ne è conscio, come si diceva, ma si mostra convinto che nessuna di tali obiezioni risulti, in definitiva, decisiva per escluderne la paternità dell’assisiate.

Un nuovo scritto di san Francesco, allora? Poirel, in effetti, evidenzia la natura composita del testo, frutto di più mani. In tal senso egli distingue la critica storica e la critica letteraria, precisando che se «i testi pubblicati sotto il nome di Francesco sono chiaramente attribuibili a lui secondo la prima critica [storica], le nostre certezze sono invece molto sottili per quanto riguarda la seconda»; propone quindi l’assioma: «più alto è il grado di elaborazione, maggiore è la quota di collaborazione». Più uno scritto è elegante, dunque, più forte è l’incidenza di coloro che aiutarono Francesco nella fase di redazione. In definitiva, egli tende «a vedere nel testo la predicazione orale di Francesco o di un compagno a lui vicino, riportata, tradotta e arricchita — specialmente nella prima sezione e all’inizio di ogni richiesta — da un confratello colto».

Cosa dire in proposito? Alcuni elementi non rilevati da Poirel sembrerebbero, in realtà, portare acqua al suo mulino. Si prendano, ad esempio, le esclamazioni presenti all’inizio del commento: «O quanto è grande la misericordia del Creatore, che permette di essere chiamato “Padre” da quelli che, commettendo dei misfatti, lo rinnegano ogni giorno! O quanto è grande l’esecrazione e l’audacia temeraria dei peccatori, che disdegnano di chiamare “Padre“ con le opere buone il sommo pontefice, il nostro Signore, e, bestemmiando la maestà divina, hanno l’audacia di dire: Padre nostro che sei nei cieli, cioè: “Signore, abbi pietà!”». In qualche modo, sembrano riecheggiarne altre, presenti nelle due redazioni della cosiddetta Lettera ai fedeli: «Oh, come è glorioso e santo e grande avere nei cieli un Padre! Oh, come è santo, consolante, bello e ammirabile avere un tale Sposo! Oh, come è santo, come è delizioso, piacevole, umile, pacifico, dolce e amabile e sopra ogni cosa desiderabile avere un tale fratello e figlio, il quale offrì la sua vita per le sue pecore».

Anche l’accenno ai “figli stranieri” che hanno voltato le spalle al Padre e che perciò hanno il diavolo per padre e ne compiono le opere, contiene un’eco del monito che avrebbe dovuto caratterizzare l’esortazione e lode che i frati potevano rivolgere a ogni genere di persone, secondo quanto attesta la Regola non bollata: «Guai a quelli che non muoiono nella penitenza, poiché saranno figli del diavolo di cui compiono le opere». Così pure, l’ipotesi del testo quale rifacimento di una predica di Francesco non sarebbe una novità assoluta, perché — a mio avviso — possiamo supporre una genesi identica anche per la seconda redazione della cosiddetta Lettera ai fedeli.

Nonostante ciò, a me comunque sembra che il curatore abbia liquidato troppo in fretta qualsiasi possibile argomento ostativo e che invece la questione possa (e debba) essere maggiormente approfondita, come conto di fare — a Dio piacendo — in altra sede. Resta in ogni caso vero quanto egli stesso dice chiudendo la sua introduzione: «Che sia dunque di Francesco o di uno dei suoi compagni [o, aggiungo io, qualcos’altro ancora], l’omelia è un testo nuovo, bello, forte». Il nostro grazie sincero, quindi, a Dominique Poirel per averlo messo a disposizione di tutti.

di Felice Accrocca

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22 settembre 2019

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