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Non ci può essere unità
se il corpo è separato

· Il ruolo delle donne nelle Chiese cristiane ·

L’ecumenismo, tout court, è l’insieme di azioni, pensieri e dialoghi, indirizzati alla comunione delle Chiese. Dopo Paolo VI, Giovanni Paolo II ne ha fatto un punto importante del suo pontificato, nel quale va segnalata la scelta coraggiosa di pubblicare la Lettera Enciclica Ut unum sint (1995). Benedetto XVI nel 2010 ebbe a dire che «il dialogo fra i cristiani è un imperativo del tempo presente e un’opzione irreversibile della Chiesa». Oggi Papa Francesco ha raccolto con vigore ed entusiasmo l’eredità dei suoi predecessori facendosi promotore instancabile dell’unità tra i cristiani, di un ecumenismo che, afferma convinto, deve parlare «la lingua comune della carità» (25 gennaio 2015), passando concretamente attraverso la via della misericordia, di cui «Gesù Cristo è il volto» (Misericordiae Vultus 1).

Maria Maddalena annuncia le Risurrezione (Salterio di Sant’Albano, XII secolo)

Ma questa unità, ispirata dallo Spirito e fortemente desiderata in ogni ambito del cristianesimo, contempla un ruolo specifico della donna all’interno della Chiesa nelle varie confessioni?

Da parte cattolica sin dall’inizio del suo pontificato Francesco ha fatto sentire con forza la sua parola di denuncia sullo stato della donna nella Chiesa e nella società. Ultimamente ha affermato: «La Chiesa è “donna” (...) perché è madre, perché è capace di “partorire figli”: la sua anima è femminile perché è capace di partorire atteggiamenti di fecondità». Ma questa anima femminile è fortemente sottoposta a violenze e sfruttamento, giacché l’abitudine di calpestare le donne, perché in quanto tali non sono considerate persone, è un cancro fortemente radicato nel tessuto sociale.

Sul piano ecumenico la donna, come battezzata, occupa il posto che le spetta? Dal versante cattolico l’ultimo Sinodo sulla famiglia non ci ha segnalato alcun tipo di apertura nei confronti dell’ormai obsoleto “genio femminile”. Un fatto è comunque certo: le donne cristiane non hanno intenzione di tacere. Iniziarono nel lontano 1965 sulla scia del Vaticano II, e dopo l’esperienza delle donne uditrici, a Vicarello-Bracciano: il primo di una serie di incontri che, negli anni successivi, da locali sono diventati internazionali spostando così il problema in campo mondiale. Nell’agosto del 1978 ci fu l’importante conferenza di Bangalore (India) organizzata da Fede e Costituzione e dal Cec. Una delle commissioni dichiarò che il documento preparatorio effettivamente non era abbastanza “inclusivo” rispetto alle donne e perciò era urgente trovare una soluzione che non accentuasse ancora di più il divario uomo-donna nelle Chiese.

Il lavoro è andato avanti fino ad arrivare al marzo scorso ove le donne cristiane hanno pubblicato il noto «manifesto per le donne nella Chiesa», nel quale sono riemerse tutte le storture e le assurdità verso il femminile nelle varie comunità cristiane: mancanza di rispetto; impossibilità di manifestare e mettere a frutto le proprie competenze; difficoltà di relazione con i presbiteri; totale mancanza di una ministerialità più attiva. Non compare nessuna richiesta di potere se non quella di «essere pienamente riconosciute come figlie di Dio e membri della comunità alla pari degli uomini». Sì, certo, Gesù con il suo insegnamento ha cambiato la storia e ridato piena dignità alla donna segnando un prima e un dopo della presenza femminile nel discepolato e nella Chiesa. Però risuonano ancora le parole di Paolo: forse che «il corpo di Cristo è stato diviso?» (1 Corinzi 12).

Cosa vuol dire essere donna oggi nelle Chiese cristiane? Lucetta Scaraffia ci mette la pulce nell’orecchio, ossia insinua un legittimo dubbio: veramente «di fronte all’evidenza dell’apertura del ministero alle donne all’interno di tutte le denominazioni riformate», dobbiamo credere che «il mondo protestante appare come più aperto e rispettoso delle donne di quello cattolico?».

L’indagine storica e sociologica ci dimostra la presenza di falsi miti all’interno della stessa Riforma. Per questo varrebbe la pena leggere il saggio di Natalie Zemon Davis («Donne di città e mutamento religioso», in Le culture del popolo), per rendersi conto che la Riforma se da un lato ha fortemente voluto che in ugual modo le donne conoscessero le Scritture, dall’altro — abolendo i culti ai santi — le ha private di tutto quell’apparato di pietà e devozioni, preghiere, immagini, le quali erano di grande conforto specialmente nel momento del parto.

Le donne, dunque, a livello affettivo-religioso sono rimaste sole, disorientate anche rispetto alla figura di Maria: una immagine femminile privilegiata a cui rivolgersi. A tal proposito Kasper afferma che la mariologia «costituisce un’urgente richiesta, sino a oggi scarsamente avvertita, del dialogo ecumenico» e che è una grande chance dell’ecumenismo, poiché presenterebbe una Chiesa dove si percepisce la dimensione femminile e materna di Dio, non solamente il maschile.

Tra le varie associazioni dobbiamo ricordare l’Efcw (The Ecumenical Forum of European Christian Women). Nato nel 1982 attualmente ha all’attivo dieci incontri internazionali, l’ultimo dei quali si è tenuto lo scorso agosto a Soko Grad, in Serbia. Circa cento donne da 24 paesi hanno pregato e discusso insieme, proponendosi di sfidare le attuali leggi politiche nazionali ed europee lesive della dignità umana delle donne, lavorando contro trafficanti e contrabbandieri, contro lo stupro, gli abusi e le torture sulle donne e sull’importanza del ruolo femminile nella costruzione della pace. Ma il punto centrale è stato l’invisibilità delle donne nelle Chiese. Chi è invisibile non può essere protetto. La violenza di genere «non è solo quella fisica, ma ha radici molto più pervasive e, nell’universo religioso, assume spesso la forma di abuso spirituale». Tragedia, mattanza, flagello. Sarebbe costruttivo se i cristiani, gli uomini in specie, sostituissero il Gesù flagellato con la figura di una donna e meditassero sul dolore fisico, psicologico, morale e mortale che ogni giorno infliggono alle donne anche e solo con un banalissimo sguardo quando questo sa di disprezzo e rifiuto.

L’insegnamento di san Paolo è chiaro: non può esserci unità fino a quando non riconosciamo che ogni parte del corpo è fondamentale per la vita della Chiesa. Non può esserci Chiesa se la donna ne è esclusa; non può esserci unità nel corpo se esso è mutilato: e la donna è parte essenziale di questo corpo, anche se nella maggior parte delle Chiese cristiane, specie quella cattolica, si fa finta che il problema non esista.

di Caterina Ciriello

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24 marzo 2019

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