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Non c'è più tempo
per il canto del cigno

· Il 12 gennaio 1876 nasceva lo scrittore statunitense Jack London ·

Osserva John Steinbeck nel romanzo To a God unknown: «I John sono buoni e cattivi, mai indifferenti. Se un bambino indifferente ha questo nome, non lo conserva. Diventa Jack». Tale curiosa affermazione è la più lontana dalla verità se si vuole conformarla al profilo dello scrittore statunitense Jack London, di cui il 12 gennaio ricorrono i 140 anni dalla morte: sin da piccolo, infatti, si distinse per un’acutissima sensibilità per tutto ciò che — a suo giudizio — era ingiusto e lesivo della dignità della persona.

A dieci anni già distribuiva giornali per portare un po’ di denaro a casa: e non passava giorno in cui non ritagliasse articoli che denunciavano le disparità sociali e i soprusi sui più poveri. E prima di arrivare alla maggiore età partecipò a manifestazioni in difesa dell’ambiente: il dito accusatore era diretto in particolare contro alcune fabbriche di città statunitensi che non solo sfruttavano i lavoratori ma inquinavano anche l’aria senza preoccuparsi di adottare misure preventive sul piano logistico e sanitario.
Questa sensibilità venne a forgiarsi, progressivamente, alla fiamma della lettura: si racconta che in pochi anni divorò tutti i libri custoditi nella biblioteca pubblica di Oakland. Insomma c’erano tutte le premesse perché Jack diventasse uno scrittore di grande spessore: e così fu.
Ma prima di imporsi, con la sua penna, nel mondo della cultura, London svolse vari lavori (dal cacciatore di foche al cercatore d’oro). Si cimentò, con risultati brillanti, anche nella fotografia, tanto che la macchina fotografica divenne una compagna inseparabile nelle avventure e nei reportage in tante parti del mondo (dal terremoto negli Stati Uniti nel 1906 alla guerra russo-giapponese). Pure in questo campo la sua sensibilità per i temi di pressante attualità giocò un ruolo di prim’ordine, tanto che soleva definire le sue foto, ben lungi dall’essere esornative, «veri e propri documenti umani».
Successivamente fu conquistato dal mare e divenne marinaio di lungo corso. Un’esperienza che nella pagina si tradusse nel capolavoro Martin Eden (1909), dal chiaro sapore autobiografico. È narrata — con una prosa insieme asciutta e avvincente — la difficile vita di un marinaio che, non lesinando sforzi, aspira a diventare scrittore. E così ogni giorno su un foglio di carta segna almeno cento parole nuove da imparare a memoria e sulla spalliera del letto — dove poggia la schiena intento a leggere e a studiare — fissa piccole lance acuminate perché lo tengano sveglio gran parte della notte. Le ore di sonno, insomma, sono ridotte al minimo indispensabile: tutto il tempo a sua disposizione deve essere consacrato alla formazione culturale. E quando si innamorerà di Ruth — una ragazza dell’alta borghesia, ossessionata dal «mito della rispettabilità» — il fermo proposito di migliorare se stesso diventa in Martin ancora più ferreo. Ma la delusione che lo attende è quanto mai dolorosa: i suoi sogni di gloria si infrangeranno contro un mondo ottuso e gretto, il suo amore andrà in frantumi e quando il successo arriverà, sarà troppo tardi.
Il protagonista infatti avrà già compreso la falsità dei valori borghesi cui aveva disperatamente teso. Alla fine deciderà di inabissarsi in mare, ovvero quella «casa» che lo aveva visto crescere e cullare le ambizioni più belle. Prima di lasciarsi morire, Martin «si domandò se dovesse scrivere il canto del cigno, ma rise a quel pensiero». Infatti non c’era più tempo. «Era troppo impaziente di andare giù».
Certamente nell’immaginario collettivo la fama di London è soprattutto legata ai romanzi The Call of the Wild (Il richiamo della foresta, 1903) e White Fang (Zanna Bianca, 1906), considerati tra i classici della letteratura per ragazzi. Sono opere che hanno per sfondo la febbre dell’oro, che caratterizzò i primi anni del Novecento. Ma tali romanzi sono anzitutto l’occasione per sferrare una corrosiva critica contro «l’uomo e le sue nefande pulsioni»: a questo scenario fa da contraltare il cane Buck, simbolo di generosità e fedeltà. Sarà costretto a divenire un cane da traino e verrà sfruttato dai suoi padroni. Sarà il cercatore d’oro John Thornton a salvarlo: e quando costui verrà ucciso dagli indiani, Buch sbranerà i suoi carnefici, vendicando così colui che era stato un padrone di grande umanità.
Nel successivo Zanna Bianca l’ostilità nei riguardi del genere umano da parte di London ha un preciso riscontro anche sul piano narrativo: la maggior parte della storia, infatti, è scritta dal punto di vista degli animali. L’autore non nasconde che anche il mondo animale è segnato dalla violenza, spesso frutto dell’urgenza di sopravvivere. Ma è una violenza che impallidisce se messa a confronto con quella che domina la cosiddetta «civiltà umana».

La sua vibrante polemica sociale pervade anche un’altra importante opera, The Iron Heel (Il tallone di ferro, 1909), in cui — in una dimensione fantapolitica — viene descritta la presa di potere, negli Stati Uniti, da parte di una oligarchia dittatoriale: un contesto che, come concorda gran parte della critica, sembra precorrere la nascita dei regimi fascisti europei. La sempre vigile attenzione di London per i poveri e per gli sfruttati non fu mai inficiata dalla retorica e mai scivolò nel paternalismo. E a testimonianza di un sentire autentico, eredità di una vita spesa lottando e soffrendo, lo scrittore amava ripetere: «Un osso al cane non è carità. Carità è l’osso diviso con il cane, quando l’uomo è affamato quanto il cane».

di Gabriele Nicolò

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