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Non c’è pace senza libertà religiosa

· Aperti dal cardinale Péter Erdő i lavori del comitato congiunto Ccee-Kek ·

Non un abuso del termine, né una mera assenza di guerra o una superficiale tolleranza passiva: «La pace che il Signore ci ha lasciato e vuole darci anche oggi è basata sulla verità di Dio e dell’uomo» e «ci chiama a scoprire la bellezza e la ricchezza delle varie forme dell’identità e della comunione», in particolare a riconoscere l’importanza vitale della diversità e a rispettare il valore delle nazioni come comunità di lingua, storia, cultura, esperienze storiche, tradizioni religiose. Nel discorso pronunciato oggi a Belgrado all’apertura dei lavori del comitato congiunto del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e della Conferenza delle Chiese europee (Kek), l’arcivescovo di Esztergom-Budapest, cardinale Péter Erdő, presidente del Ccee, si è soffermato sul concetto di pace e sul contributo che i cristiani sono chiamati a dare per la sua piena realizzazione, tema al centro dell’incontro ospitato nella capitale serba.

C’è chi, in passato, ha abusato del concetto di pace — ha detto il porporato — «come è successo per esempio nei Paesi dietro la cortina di ferro, dove il cosiddetto “movimento della pace” intendeva dividere il clero e manovrare la Chiesa per gli scopi del partito comunista». Con il termine pace viene indicata, generalmente, l’assenza di guerra, di conflitto armato. Ma la vera pace significa molto di più: «Potremmo forse parlare di pace quando nel mondo ci sono persone discriminate per la loro nazionalità o religione?», si è chiesto il cardinale Erdő, e «come parlare di pace in quei Paesi in cui tanti cristiani sono privati della libertà religiosa e sono minacciati nella loro stessa esistenza fisica attraverso gravi forme di discriminazione (psicologica, economica e culturale) che a volte possono tradursi in vera e propria persecuzione?».

Ma è insufficiente anche il concetto di pace come tolleranza passiva, tacito accordo di lasciarsi reciprocamente «in pace» finché i diritti individuali sono rispettati: «L’insufficienza di tale concetto di tolleranza superficiale — ha spiegato il presidente del Ccee — appare evidente nei casi, sempre più presenti, in cui l’opinione o l’interesse di una minoranza contraria ai diritti della maggioranza, inizia una battaglia giuridica e, sotto il velo della non discriminazione, comincia a costringere la maggioranza a rinunciare ai propri diritti comuni e tradizioni culturali».

La pace del Signore è molto di più, è basata sulla verità di Dio e dell’uomo: «Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» ( Salmi, 85, 11). L’uguaglianza non è uniformità, ha detto il cardinale Erdő, che ha invitato a riconoscere «l’importanza vitale della diversità» delle singole persone nella famiglia e nella società, che non è contraria alla loro necessaria uguaglianza dei diritti. In un mondo che tende a dimenticare le sue radici e finisce nel confluire in una massa indistinta di consumatori uniformizzati, oppure che si rifugia, sentendosi minacciato, nel nazionalismo e nell’estremismo, «il vero cittadino responsabile — ha osservato il porporato — è quello che, proprio perché conosce e ama la sua cultura, la sua lingua e la sua patria, diventa capace di rispettare e valorizzare l’eredità culturale degli altri».

Il presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, riferendosi alla recente crisi finanziaria e alla logica del mero profitto, ha parlato anche di una «dimensione economica» della pace: una grande sfida per i cristiani «è quella di scoprire, vivere e appoggiare le iniziative già esistenti, dove il vero bene della persona, dell’imprenditore e il bene comune dei lavoratori e dei consumatori non si escludono ma si arricchiscono a vicenda, nella solidarietà e nella sussidiarietà».

L’arcivescovo di Esztergom-Budapest ha concluso il suo intervento citando l’omelia pronunciata da Benedetto XVI il 25 gennaio scorso a Roma, nella basilica di San Paolo fuori le Mura, per la celebrazione dei vespri a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il Papa, in quell’occasione, ha espresso riconoscenza per i significativi passi in avanti fatti dal movimento ecumenico, ma ha anche ricordato che «siamo ancora lontani da quella unità per la quale Cristo ha pregato e che troviamo riflessa nel ritratto della prima comunità di Gerusalemme». Erdő ha aggiunto che l’unità delle Chiese cristiane non può essere costruita solo attraverso un «accordo di pace» confessionale sul minimo denominatore comune, ma, come ha osservato il Papa, essa si configura come unità espressa «nella confessione di una sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio ( Unitatis redintegratio , 2)».

Al comitato congiunto Ccee-Kek è intervenuto oggi anche il sociologo e filosofo Massimo Introvigne, co-fondatore e attuale direttore del Centro studi sulle nuove religioni. Nella sua relazione, intitolata «Le minacce alla libertà religiosa nel XXI secolo», ha preso spunto dal messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2011 e dal discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (10 gennaio) per approfondire «cinque rischi» per la libertà religiosa indicati dal Papa. Uno è quello — ha spiegato il relatore — «del tentativo dell’islam ultra-fondamentalista, che certo non va confuso con l’islam in genere, di porre fine all’esistenza bimillenaria di comunità cristiane nel Vicino Oriente, ricorrendo al terrorismo». In alcuni Paesi islamici occorrono «misure efficaci per la protezione delle minoranze religiose», che però si scontrano con leggi che riducono la libertà religiosa alla sola libertà di culto, all’interno delle Chiese. L’annuncio del Vangelo è così del tutto precluso.

Introvigne — dal 5 gennaio scorso rappresentante dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e la discriminazione e l’intolleranza contro i cristiani e i membri di altre religioni — ha sottolineato come l’istituzione, in seno all’Osce, di questo ufficio (per la lotta alla discriminazione contro i cristiani) costituisca «un successo della diplomazia della Santa Sede e di quei Governi che l’hanno intelligentemente affiancata». Introvigne, nella sua veste di rappresentante Osce, sta organizzando per il 4 maggio a Roma una tavola rotonda sul tema «Intolleranza e discriminazione contro i cristiani» e ha proposto una Giornata dei martiri cristiani da celebrare il 7 maggio, in ricordo della Commemorazione dei testimoni della fede del secolo XX presieduta da Giovanni Paolo II il 7 maggio 2000 al Colosseo.

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