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Il resto non conta niente

· Nella rude essenzialità cristiana di san Colombano ·

Chi vuole essere stupefatto legga Colombano di Bangor. Ad apertura di libro, nelle sue lettere o nei sermoni, nel Penitenziale o nelle Regole, questo santo irlandese contemporaneo di Gregorio Magno, monaco e pellegrino, ci sorprende per il modo diretto dei suoi insegnamenti e della sua saggezza, quasi sbrigativo e svelto eppure sottile; brusco e ancora penetrante e seducente. 

La forma della scrittura, il suo contenuto e l’atteggiamento spirituale nel suo caso sono perfettamente fusi in una semplicità cristallina; il suo motto ispiratore — ripreso da Sulpicio Severo ma con evidente eco evangelica — lo troviamo nella lettera che indirizza a un discepolo, che ancora gli chiede nuove istruzioni e che si trova ammonito perché «per coloro ai quali non basta il poco, non ci sarà pace nel molto» (cui pauca non sufficiunt, plura non proderunt). Il di più, per Colombano, è del diavolo e tutto quello che davvero serve al buon monaco egli lo scrive subito, nell’epigrafe della sua Regola: «Prima di tutto ci viene insegnato di amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze e il prossimo come noi stessi. E quindi opera» (Deinde opera).
Colombano era nato intorno al 543, nella colta e remota Irlanda (a Leinster, nel sud), nel tempo in cui il mondo antico è spaccato e definitivamente si nega nella guerra greco-gotica. Verso i vent’anni diviene monaco a Bangor; è preparato da buoni studi, ma soprattutto è affascinato nello spirito dai sogni di una vecchia donna religiosa, piena di nostalgia per non aver mai realizzato il suo pellegrinaggio al di là del mare.
Per Colombano la vita intera sarà un pellegrinaggio e — quasi avesse sempre vent’anni — mai pare aver smesso di muoversi, in percorsi che fatichiamo a seguire, per predicare e fondare monasteri, dappertutto. Nel 590, finalmente, potrà attraversare il mare, diretto verso mondi sconvolti dall’imprevisto che conquista tutto lo spazio nei nuovi regni germanici; mondi che non conosce, dove — per dirla con Gustavo Vinay — egli sembra sempre «aver l’aria di non sapere dove si trova». Franchi, longobardi o alamanni «hanno tutti la stessa faccia» e tutti meritano per lui di godere della rude sapienza del Vangelo: «Chi vuol essere salvo creda che principio di tutto è Dio… Chi è Dio? Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo. E Dio è uno. Di più non chiedere… Se vuoi conoscere il Creatore, cerca di capire la creatura; se non ci riesci, taci del Creatore, ma credi in lui» (Istruzione 1). E ancora: «Colui al quale Dio dona di comprendere che deve vivere la vita per diventare eterno da mortale che è, sapiente da stupido, celeste da terreno, costui si preoccupi prima di tutto di avere sentimento puro (sensum purum) e lo usi per vivere bene» (ad bene vivendum, Istruzione 3). Il resto — per Colombano — non conta niente. 

di Francesco Santi

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19 settembre 2018

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