Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Non c’è musica
dove manca
la capacità di ascoltare

· Prima predica di Avvento tenuta da padre Raniero Cantalamessa ·

La fede, «unitamente alla sua sorella, la speranza, è l’unica cosa che non comincia con Cristo, ma con la Chiesa e perciò con Maria, che ne è il primo membro, in ordine di tempo e in ordine di importanza». Così padre Raniero Cantalamessa ha iniziato la prima predica di Avvento venerdì mattina, 6 dicembre, nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico, alla presenza di Papa Francesco.

Gesù, ha sottolineato il predicatore della Casa Pontificia, non può «essere il soggetto della fede cristiana perché ne è l’oggetto». La lettera agli Ebrei «ci dà una lista di coloro che hanno avuto fede»: Abele, Abramo, Mosè. Ma, ha fatto notare, questa lista non include Gesù. Gesù è chiamato «autore e perfezionatore della fede», non «uno dei credenti, sia pure il primo». Per il solo fatto di credere, ha aggiunto, «ci troviamo dunque nella scia di Maria».

Nel leggere ciò che riguarda la Madonna nella Bibbia, la Chiesa «ha seguito, fin dal tempo dei Padri, un criterio che si può esprimere così: Maria, vel Ecclesia, vel anima, “Maria, ossia la Chiesa, ossia l’anima”. Quello che nella Scrittura «si dice specialmente di Maria, va inteso universalmente della Chiesa e ciò che si dice universalmente della Chiesa va inteso singolarmente per ogni anima credente».

Attenendosi a questo principio, ha proseguito il cappuccino, «vediamo ora ciò che la fede di Maria ha da dire prima alla Chiesa nel suo insieme e poi a ciascuno di noi, cioè a ogni singola anima». Vanno messe in luce, ha detto, prima le implicazioni ecclesiali o teologiche della fede di Maria e poi quelle personali o ascetiche. In questo modo, «la vita della Madonna non serve solo ad accrescere la nostra privata devozione, ma anche la nostra comprensione profonda della Parola di Dio e dei problemi della Chiesa».

Anzitutto, ha spiegato, Maria parla dell’importanza della fede. «Non c’è suono né musica — ha aggiunto — là dove non c’è un orecchio capace di ascoltare, per quanto risuonino nell’aria melodie e accordi sublimi». Pertanto, non «c’è grazia, o almeno la grazia non può operare, se non trova la fede ad accoglierla». Come la pioggia non può far «germogliare nulla finché non trova una terra che l’accoglie, così la grazia se non trova la fede». È per la fede che «siamo “sensibili” alla grazia. La fede è la base di tutto; è la prima e la più “buona” delle opere da compiere». Infatti, «opera di Dio è questa, dice Gesù: che crediate». La fede è così importante perché «è l’unica che mantiene alla grazia la sua gratuità. Non cerca di invertire le parti, facendo di Dio un debitore e dell’uomo un creditore. Per questo essa è tanto cara a Dio che fa dipendere dalla fede praticamente tutto, nei suoi rapporti con l’uomo».

Con la grazia e la fede, ha spiegato padre Cantalamessa, «sono posti i due pilastri della salvezza; sono dati all’uomo i due piedi per camminare o le due ali per volare». Non si tratta però di due cose parallele, «quasi che da Dio venisse la grazia e da noi la fede, e la salvezza dipendesse così, in parti eguali, da Dio e da noi, dalla grazia e dalla libertà». Guai, ha detto, «se uno pensasse: la grazia dipende da Dio, ma la fede dipende da me; insieme, io e Dio facciamo la salvezza». In questo modo, «avremmo fatto di nuovo, di Dio, un debitore, uno che dipende in qualche modo da noi, e che deve condividere con noi il merito e la gloria». San Paolo toglie ogni dubbio quando dice: «Per grazia siete salvi mediante la fede e ciò — cioè il credere, o, più globalmente, l’essere salvi per grazia mediante la fede, che è la stessa cosa — non viene da voi, ma è dono di Dio perché nessuno possa vantarsene». Anche in Maria l’atto di fede «fu suscitato dalla grazia dello Spirito Santo».

In particolare, ha sott0lineato il cappuccino, quell’atto di fede è «quanto mai personale, unico e irrepetibile. È un fidarsi di Dio e un affidarsi completamente a Dio. E un rapporto da persona a persona. Questo si chiama fede soggettiva». L’accento è, in questo caso, «sul fatto di credere, più che sulle cose credute». Ma la fede di Maria è anche «quanto mai oggettiva, comunitaria. Ella non crede in un Dio soggettivo, personale, avulso da tutto, e che si rivela solo a lei nel segreto». Crede invece al «Dio dei Padri, al Dio del suo popolo». Riconosce nel Dio che «le si rivela, il Dio delle promesse, il Dio di Abramo e della sua discendenza». Ella si inserisce «umilmente nella schiera dei credenti, diventa la prima credente della nuova alleanza, come Abramo era stato il primo credente dell’antica alleanza». Il Magnificat, ha aggiunto, è «tutto pieno di questa fede basata sulle Scritture e di riferimenti alla storia del suo popolo». Il Dio di Maria è un Dio «dai tratti squisitamente biblici: Signore, potente, santo, salvatore». Maria non avrebbe creduto all’angelo, «se le avesse rivelato un Dio diverso, che ella non avesse potuto riconoscere come il Dio del suo popolo Israele».

Anche esternamente, Maria «si adegua a questa fede. Si assoggetta infatti a tutte le prescrizioni della legge; fa circoncidere il Bambino, lo presenta al tempio, si sottopone lei stessa al rito della purificazione, sale a Gerusalemme per la Pasqua». Questo è di grande insegnamento. Infatti, anche la fede, come la grazia, «è andata soggetta, lungo i secoli, a un fenomeno di analisi e di frantumazione, per cui si hanno innumerevoli specie e sottospecie di fede».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 febbraio 2020

NOTIZIE CORRELATE