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​Per non cadere
nella trappola

Sulla “gente del libro” (ahl al-kitab), come vengono chiamati gli ebrei e i cristiani nel Corano, l’interpretazione più singolare è quella del professor Mustafa Bouhandi: «Il Corano — ha dichiarato a una tv araba — non parla di “gente del libro”, ma di “famiglia del libro”». Bouhandi, professore di religioni comparate all’università di Casablanca, difende la sua tesi basandosi sulla stessa lingua araba: ahl (“gente”) significa anche “famiglia”. Per questa ragione lo studioso trova più logico considerare ebrei e cristiani come membri della medesima famiglia, quella del “libro” (le scritture sacre a ciascuno). Una vera rivoluzione. Cambia infatti la tradizionale prospettiva perché, seguendo questa lettura, la verità degli altri — ebrei e cristiani — è degna dello stesso rispetto che i musulmani tributano alla propria religione.

A discorsi e dibattiti come questi, che riempiono la sfera pubblica araba, i media occidentali dedicano pochissimo spazio. Le bombe del terrorismo islamico — come quelle che hanno colpito atrocemente Bruxelles focalizzando l’attenzione e la paura collettiva — finiscono per oscurare una realtà piena di pieghe e di sfumature che sarebbe invece giusto fare emergere per il bene della convivenza tra tutte le culture. Il ruolo dei media, in questo senso, diventa essenziale per non cadere nella trappola della generalizzazione. Non è soltanto un problema dell’islam: è il problema del nostro mondo, ogni giorno più complesso. C’è bisogno di strumenti precisi e raffinati perché ne sia permessa una lettura aderente al vero e, quindi, corretta.

In un’intervista pubblicata quasi un anno fa da «El País», lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa affermò che il predominio dell’immagine nel mondo dell’informazione e la sua progressiva sostituzione alla parola stia mettendo in pericolo la stessa democrazia. Una vita politica sana ha bisogno di un’informazione corretta, spiegò il Nobel per la letteratura del 2010. Semplificare la realtà con immagini parziali che ne contraddicano la complessità ci sta invece conducendo a un mondo orwelliano, dal quale lo spirito critico è bandito.

Chi lavora nel mondo della comunicazione sa che è molto più facile «far passare un cammello per la cruna di un ago» che cambiare la percezione di un’immagine stereotipata. Obiettivo davvero non facile: anche perché consolidare un’idea, per quanto essa possa essere del tutto falsa, è molto meno faticoso che cercare di cambiarla. Sono, questi, aspetti fondativi del giornalismo, già individuati nel 1922 da Walter Lippman, che dedicò una parte della sua Public opinion proprio all’analisi del pregiudizio.

Nel mondo globalizzato il pregiudizio, con le sue generalizzazioni, diventa effettivamente un pericolo, soprattutto quando risponde a istinti primitivi: la paura e l’odio ci portano a confondere individuo e collettività per giustificare troppo spesso anche l’ingiustificabile.

Un esempio: quello che accadde a Colonia, a Capodanno. Sulle prime, sembrò che i responsabili fossero principalmente rifugiati siriani. Molti giornali colsero la palla al balzo, criticando la politica dell’Unione europea che aveva loro permesso di attraversare le frontiere. Furono generosamente spesi grandi titoli per sottolineare la responsabilità di uomini in fuga da una crisi giunta ormai al quinto anno di guerra. Quando si è scoperto che i siriani coinvolti nei fatti di Colonia erano soltanto due, invece, è stato possibile leggere la notizia solo nelle pagine interne.

Sarebbe bello e utile iniziare a ragionare su un modo d’informare capace di accettare la sfida della complessità, senza subire la distorsione che ogni semplificazione comporta. La percezione delle società islamiche, in occidente, è frutto anche della maniera in cui esse vengono raccontate e descritte. E bisogna ammettere che, salvo qualche eccezione, quando si tratta di culture che noi non conosciamo la descrizione giornalistica è sempre molto frammentaria e disarticolata. Chi lavora nel mondo dell’informazione dovrebbe al contrario avvertire in tutta la sua cruciale importanza il compito che gli si presenta davanti: è fondamentale offrire una lettura dei fatti la più obiettiva e documentata possibile.

La mediazione, in qualsiasi forma si cerchi di esercitarla, ha bisogno di credibilità e autorevolezza. Qualità che spesso si perdono di vista, nella corsa al sensazionalismo, al titolo esclamativo, cubitale. Così però si distruggono non solo i fondamenti del lavoro giornalistico, ma anche la possibilità di indirizzare un dialogo rispettoso e responsabile tra culture diverse.

di Zouhir Louassini

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24 novembre 2017

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