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Non bastano
gli impegni solenni

· Il segretario per i Rapporti con gli Stati al vertice ministeriale dell’Osce ·

Signor Presidente, Vorrei iniziare presentando i miei saluti e i miei migliori auguri a questo Consiglio ministeriale. Desidero anche esprimere la gratitudine della Santa Sede al Presidente in carica, Sua Eccellenza il dottor Frank-Walter Steinmeier, Ministro federale degli affari esteri della Repubblica Federale di Germania, come anche all’intera Presidenza tedesca dell’Osce in carica nel 2016, per l’impegno profuso quest’anno e per la sua generosa ospitalità durante questi giorni nella città libera e anseatica di Amburgo.

L’arcivescovo Gallagher durante l’intervento ad Amburgo

Nell’Atto finale di Helsinki, che va giustamente apprezzato come uno tra i più grandi successi diplomatici dello scorso secolo, gli Stati partecipanti hanno riaffermato «il loro impegno per la pace, la sicurezza e la giustizia e per il continuo sviluppo delle relazioni amichevoli e della cooperazione».

Purtroppo non si può dire che la pace, la sicurezza e la giustizia siano una realtà per ogni uomo e donna nella regione dell’Osce. Troppi di loro sono vittime di guerre passate e presenti, di scontri, conflitti e terrorismo, e ne conoscono fin troppo bene gli orrori e le conseguenze. Accade inoltre che molti, compresi tanti della prossima generazione, guardano al futuro con la paura nel cuore. Papa Francesco ha ripetutamente sintetizzato la violenza che si sta diffondendo nel mondo nell’espressione «terza guerra mondiale che si combatte a pezzetti, a capitoli, ovunque».

Poiché l’impegno iniziale dell’Atto finale di Helsinki rispecchia, allora come oggi, il desiderio di pace, sicurezza e giustizia di tutti gli uomini e le donne, dobbiamo rispondere al loro desiderio con sforzi vigorosi e rinnovati, riassunti in modo così appropriato dal motto «Rinnovare il dialogo, ricostruire la fiducia, ripristinare la sicurezza» scelto per l’Osce nel 2016 dalla presidenza tedesca.

La Santa Sede auspica che uno spirito d’impegno autentico e rinnovato, che è sempre possibile, possa promuovere progressi nell’attuazione degli accordi, riportando al tempo stesso fiducia e sicurezza negli Stati partecipanti e tra di loro. Era questo l’obiettivo del processo avviato più di quarant’anni fa con l’Atto finale di Helsinki e deve esserlo anche dei nostri sforzi di oggi e di domani.

La Santa Sede ritiene che costruire e consolidare la pace non sia un mero desiderio, bensì un impegno serio e urgente, anzi, un dovere morale. Questo sacro dovere e responsabilità spetta a tutti gli uomini e le donne del mondo, e specialmente ai governi e alle organizzazioni internazionali. Siamo certi che la pace è frutto di un ordine iscritto nella società umana dal Creatore. Non abbiamo il diritto di violare questo ordine, ma, al contrario, abbiamo il dovere morale di rispettarlo e di consolidarlo con tutte le nostre forze.

Deplorevolmente, diversi conflitti irrisolti continuano a traumatizzare alcune parti della regione dell’Osce. Accanto alla perdita di vite umane e alle vaste crisi umanitarie, questi conflitti rischiano di ridurre la fiducia nella legge e nell’ordine, come anche nell’efficacia della diplomazia e del dialogo. Purtroppo non possiamo fare a meno di osservare che in alcune situazioni anche le Missioni speciali dell’Osce non sono capaci di mantenere i cessate il fuoco o di assicurare l’attuazione degli accordi raggiunti attraverso il consenso comune, come nel caso del conflitto in Ucraina e anche dei cosiddetti “conflitti congelati” in altre regioni. Ma anche in tali situazioni, è fondamentale proseguire gli sforzi per raggiungere sia l’obiettivo immediato di attuare o mantenere il cessate il fuoco sia quello a lungo termine di rafforzare le condizioni che favoriscono il rispetto del diritto e dell’ordine internazionale.

La Santa Sede, promovendo instancabilmente un mondo libero da guerre e conflitti, appoggerà — come già dichiarato prima — qualsiasi e ogni iniziativa che cerchi di favorire la causa della pace, la cooperazione e la stabilità, da Vancouver a Vladivostok, e ancor più quando tali iniziative cercano di porre fine ai gravi conflitti che purtroppo continuano ad affliggere la nostra regione. Tale principio vale per le tre dimensioni dell’Osce e le loro attività, dunque colgo questa occasione per parlare brevemente di alcune preoccupazioni specifiche di queste dimensioni.

Per quanto riguarda la dimensione della sicurezza, la Santa Sede è convinta che ci sia spazio per un maggiore coinvolgimento delle donne, specialmente nella prevenzione e nella risoluzione di conflitti.

Vorrei inoltre sottolineare il ruolo costruttivo e importante che possono svolgere le religioni, specialmente per quanto riguarda la prevenzione della guerra, nonché la riconciliazione, la riabilitazione e la ricostruzione di società post-conflitto. Un buon esempio è il Messaggio dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi, datato 18 novembre 1965, che ha avuto una grande importanza per la storia post-bellica di Polonia e Germania ed è stato un contributo rilevante della Chiesa cattolica alla riconciliazione tra il popolo polacco e quello tedesco. Un altro esempio, questa volta dei giorni nostri, è l’importante contributo dato dalla Chiesa cattolica e da Papa Francesco personalmente per favorire il dialogo in diversi paesi dell’Africa e dell’America latina, che ha già prodotto alcuni risultati promettenti. Questo ruolo si è dimostrato molto prezioso. A tale riguardo, la Santa Sede ritiene necessario sottolineare la sua preoccupazione per l’idea diffusa e falsa che le religioni siano solo un fattore negativo nella società. Di fatto, le religioni possono essere sfruttate come forza positiva innata, dato l’apporto che i credenti cercano di dare alle loro comunità e società. È importante che gli Stati partecipanti creino un clima di rispetto e di stima per tutti i credi e le religioni, permettendo alle comunità religiose e confessionali di impegnarsi in un dialogo pieno e fecondo tra di loro e con gli Stati.

Nella dimensione economica e ambientale, la Santa Sede desidera portare l’attenzione sulle parole di Papa Francesco, il quale ha sottolineato che «[l]’esperienza dimostra che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione» (Incontro con le Autorità e il Corpo Diplomatico, Nairobi, Kenya, 25 novembre 2015). L’esclusione economica e sociale non è soltanto una negazione della dignità umana che mina la coesione sociale, ma è anche troppo spesso la causa scatenante di conflitti e violenza all’interno delle società e anche oltre. Tra i punti deboli del sistema democratico, la corruzione è uno dei più gravi poiché tradisce allo stesso tempo i principi morali e le norme della giustizia sociale (cfr. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 411). Dove c’è corruzione, sono i poveri a soffrire di più di tali reati e a essere ridotti a vittime della diffusa e crescente «cultura dello scarto» del presente. In questa prospettiva, la Santa Sede apprezza gli sforzi per costruire un consenso sulla decisione del Consiglio ministeriale in merito al rafforzamento del buon governo e alla promozione della connettività, che sarebbe uno strumento molto utile per affrontare gli aspetti più ampi dell’esclusione economica e sociale.

Sin dalla nascita dell’Osce, la Santa Sede ha sempre insistito — e continua a farlo — sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione, quale fattore fondamentale per la pace, la giustizia e il benessere. La Santa Sede appoggia il rispetto e la promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali per due ragioni: anzitutto, i diritti umani e le libertà fondamentali si fondano sulla dignità inerente della persona umana, dignità che nessuno può togliere, ignorare o rifiutare di rispettare; in secondo luogo, come la Santa Sede continua a ribadire, la sicurezza, la protezione e la pace non sono il risultato di una restrizione dei diritti umani, ma piuttosto il godimento degli stessi da parte di tutti.

Pertanto, notiamo con profonda preoccupazione che nell’intera area Osce — sia a est sia a ovest di Vienna — molte persone e comunità continuano a essere oggetto di minacce, di atti di ostilità o di violenza a causa della loro identità razziale, etnica o religiosa. Un’altra questione che suscita grande preoccupazione è la continua presenza di crimini e atti d’odio nella regione dell’Osce, realtà preoccupante che deve essere contrastata a partire dall’attenta e piena attuazione degli impegni esistenti, evitando qualsiasi selettività impropria o approccio gerarchico. La Santa Sede è anche pienamente consapevole, deplorandoli, dei numerosi atti di intolleranza e di discriminazione che si verificano nell’area Osce, dovuti ad altri motivi, come per esempio la disuguaglianza e la discriminazione subita dalle donne. È opportuno ricordare qui che la Santa Sede ha condannato ripetutamente e in modo deciso la violenza contro le persone e qualsiasi segno di ingiusta discriminazione.

Gli impegni solenni non sono sufficienti, anche se di certo costituiscono un necessario passo avanti. Il nostro mondo esige da tutti i leader di governo una volontà che sia effettiva, pratica e costante. Occorrono passi concreti e misure immediate per porre fine alle conseguenze deleterie dell’esclusione sociale ed economica: il traffico umano, la vendita di organi e tessuti umani, lo sfruttamento sessuale di ragazzi e ragazze, il lavoro schiavo, compresa la prostituzione, il commercio di droghe e di armi, il terrorismo e il crimine organizzato internazionale. La dimensione di queste situazioni e il loro costo in vite innocenti sono tali da imporci di evitare qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo declaratorio. Dobbiamo invece assicurare che le nostre istituzioni siano davvero efficaci nella lotta contro tutte queste piaghe.

Mentre comprende la necessità di riflettere con attenzione sul modo migliore per affrontare grandi flussi di migranti e rifugiati, la Santa Sede desidera ricordare i ripetuti appelli che Papa Francesco ha rivolto ai leader mondiali a nome di tanti nostri fratelli e sorelle costretti a fuggire in cerca di una vita sicura, protetta e decente. Queste persone non devono essere trattate solo come una minaccia alla stabilità e alla sicurezza nazionale, e quindi abbandonate allo sfruttamento da parte di persone senza scrupoli o trattate come semplici beni, senza preoccuparsi veramente dei loro diritti e dei loro bisogni.Infine, vorrei portare l’attenzione di questo Consiglio ministeriale sull’eccezionale flusso migratorio di persone che fuggono da diverse aree limitrofe e attraverso la regione dell’Osce, persone che sono state generosamente accolte dal suo governo, ministro Steinmeier. Questi movimenti sono la conseguenza di disuguaglianze sociali ed economiche, conflitti violenti, catastrofi ambientali e naturali, come e anche di persecuzioni religiose ed etniche.

Inoltre, deve essere riconosciuto e affermato il contributo notevole e positivo che i migranti danno ai paesi riceventi. Il loro lavoro è una soluzione al problema demografico dell’invecchiamento delle popolazioni ospitanti. Contribuiscono costruendo ponti tra culture e promovendo il benessere e lo sviluppo dei loro paesi d’origine. Il loro apporto positivo appare evidente soprattutto quando sono veramente integrati nella nuova società che li ospita e tutte le parti raggiungono la consapevolezza che si può costruire insieme un futuro migliore. Per questa ragione, il dialogo e l’accettazione reciproca costituiscono elementi indispensabili per una integrazione riuscita. Attraverso l’adozione di un approccio basato sui diritti umani, i migranti diventano agenti di sviluppo culturale ed economico.

Per concludere, desidero rinnovare la mia gratitudine alla Presidenza tedesca per la sua guida e per l’impegno profuso in questo anno, e augurare successo alla Presidenza austriaca entrante, assicurandola della cooperazione e del sostegno della Santa Sede.

Grazie, Signor Presidente.

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