Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Non basta saper suonare

Per esempio Walter Gieseking, uno tra i maggiori pianisti della prima metà del Novecento, a volte sbagliava qualche nota e in certi casi semplificava qualche passaggio per garantire maggiore scorrevolezza. Forse in questo modo si appropriava maggiormente dei brani che affrontava, certamente forniva una lettura di altissimo livello, rifiutava il tecnicismo, si concentrava sul significato della musica e sollevava, semplicemente suonando, un quesito fondamentale: che cosa è l’interpretazione?

A questa domanda ha cercato di fornire qualche risposta il convegno internazionale «Chiesa, Musica, Interpreti: un dialogo necessario» che si è svolto dal 7 al 9 novembre presso l’Aula Vecchia del Sinodo, in Vaticano. Aprendo i lavori il presidente del Pontificio consiglio della cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi, ha definito il quadro d’insieme, in particolare chiarendo come l’interpretazione sia «la verità della musica». Se è vero che senza qualcuno che si prenda la briga di trasformare in suoni i puntini neri e bianchi che popolano il pentagramma la musica semplicemente non esisterebbe, è altrettanto vero che anche di fronte a interpretazioni sempre diverse l’unicità dell’opera non viene negata.

«Musicisti» (dettaglio del mosaico pavimentale  della villa romana di Nennig in Germania)

Una sinfonia o un mottetto non sono come un quadro, fermo nel tempo e sempre uguale, “reale” a prescindere dal fatto che qualcuno lo guardi (sempre che un albero che cade in una foresta faccia rumore anche se non c’è nessuno a sentirlo). Una sinfonia, un mottetto esistono solo attraverso il filtro di chi li esegue, che per questo riveste un ruolo fondamentale, che sbaglia a vestirsi di nero per confondersi con il fondo del palco, per scomparire e lasciare spazio solo all’autore: l’interprete è un creatore, così come il compositore, non si può nascondere, deve assumersi le proprie responsabilità, non basta che sappia suonare o cantare, deve mettersi al servizio del testo, ma anche rischiare e dare una propria lettura dell’opera, o resterà semplicemente un tecnico capace di fare tutte le note al tempo giusto, che non è facile ma non basta.

Se è vero che solo «l’interpretazione può far sbocciare la partitura», come ha detto Ravasi, è altrettanto vero che «la banalità dell’esecuzione finisce con l’umiliare anche lo strumento ritenuto più adeguato alla musica di Chiesa», come ha sottolineato il vescovo delegato del Pontificio consiglio della cultura, Carlos Azevedo. Forse anche per questo è apparso di particolare urgenza nella riflessione iniziata al dicastero nel 2017 con un convegno sui 50 anni dalla Musicam sacram e continuata nel 2018 con un incontro sul rapporto tra Chiesa e compositori, posare l’accento ora proprio sul modo in cui si affronta il testo musicale. E forse anche per questo oltre alle riflessioni di filosofi, musicologi, teologi e musicisti il convegno ha previsto anche momenti «pratici», «relazioni sonore» di chi la musica sacra la frequenta ogni giorno, in particolare all’organo, strumento principe del repertorio per la sua «consonanza» con la voce, per la sua riconducibilità al soffio vitale. Proprio sull’improvvisazione all’organo si sono infatti concentrati due workshop tenuti contemporaneamente da Daniel Matrone in Santa Maria in Camposanto Teutonico in Vaticano e da Theodor Flury nella Cappella del Coro della basilica di San Pietro.

L’altro «strumento» principale del repertorio, la voce umana, è stato indagato da diversi punti di vista in particolare dal compositore Salvatore Sciarrino e dal teologo benedettino Jordi-A. Piqué, preside del Pontificio istituto liturgico di Roma. Il primo ha rilevato «la necessità di creare un nuovo stile vocale», sottolineando come in questo periodo storico stiamo «annegando nelle copie di copie, troppo consumate dall’uso». «Dobbiamo pulire il nostro orecchio per riaccogliere l’espressione della musica, nei suoi intervalli vecchi e nuovi. Non occorrono nuovi intervalli, bensì un nuovo modo di ascoltarli», ha aggiunto. Piqué da parte sua si è concentrato su «alcune manifestazioni di Dio tramite il sonoro riportate dalla Bibbia» che configurano «il vocale quale epifania», disvelamento.

«La musica — ha concordato il filosofo Massimo Donà — porta alla luce l’esserci di tutto quel che è, e libera la cosa dalla sua statica determinatezza». Di nuovo «movimento», il solo modo in cui la partitura vive: «Qualsiasi strumento, anche un tavolo, è solo un oggetto finché qualcuno non lo mette in vibrazione, percuotendolo o sollecitandolo in qualche altro modo». Di nuovo la fondamentale importanza dell’inteprete, la sua responsabiltà. Insomma scriviamo buona musica sacra, che sia coerente con il messaggio che veicola, che non ceda alla banalità solo per compiacere tutti, che «tiri verso l’alto» chi l’ascolta, che sia consapevole del passato, abbia lo sguardo sul presente e se ci si riesce anche sul futuro, come è sempre stato nella storia della Chiesa. Poi però eseguiamola come merita.

di Marcello Filotei

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

14 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE