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Non basta
contare i morti

· La Chiesa cattolica, la seconda guerra mondiale e le vittime del nazionalsocialismo ·

C’è attesa per la proiezione al Festival di Cannes del nuovo film del regista Terrence Malick sulla vicenda del beato Franz Jägerstätter, messo a morte per essersi rifiutato di arruolarsi nell’esercito nazista. Se ne parlerà mercoledì 15 maggio presso la Pontificia Università di Roma dove saranno presentati due volumi: La Chiesa cattolica in Europa centro-orientale di fronte al Nazionalsocialismo 1933-1945 e Perseguitati per la fede. Le vittime del Nazionalsocialismo in Europa centro-orientale, entrambi curati da Jan Mikrut, docente alla Gregoriana e direttore della collana «Storia della Chiesa in Europa centro-orientale» edita da Gabrielli Editori. Le due opere chiudono la sezione sui totalitarismi del XX secolo della medesima collana, che annovera 5 volumi, con 220 contributi di 189 diversi autori, per un totale di oltre 5200 pagine. Pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione al primo dei due volumi.

Ostaggi polacchi, tra i quali diversi sacerdoti presso la piazza del Vecchio Mercato a Bydgoszcz, nel settembre 1939

«Chiesa e nazionalsocialismo» e «Chiesa e Seconda guerra mondiale». Le due questioni sono diverse, ma allo stesso tempo difficili, se non addirittura impossibili da separare. Dopo tutto, il nazionalsocialismo non si è accontentato “solamente” di proclamare dei punti di vista estremi e del loro successo propagandistico. A partire dall’anno 1933, è diventato una formazione politica sempre più dominante che alla fine ha portato alla Seconda guerra mondiale.

Questa guerra, a sua volta, è divenuta un evento che non può essere compreso e descritto solo in termini militari. Il suo aspetto più terribile è stato il genocidio: un omicidio di massa, metodico, addirittura “industriale”, impensabile senza l’ideologia nazista.

A questo punto nascono altre domande: per descrivere le ferite della Chiesa (o delle Chiese) inflitte dal nazismo, e dal comunismo sovietico sul secondo fronte della guerra, è sufficiente catalogare le perdite umane e materiali della Chiesa? Scrivere i nomi dei martiri e confrontare il numero di chiese distrutte o sequestrate? È sufficiente la conoscenza, anche la più dettagliata, delle restrizioni belliche che hanno limitato o perfino eliminato la vita religiosa ed ecclesiastica?

Ammettiamo che tutto questo è importante e, di per sé, scioccante. Basti dire che nella sola parte della Polonia occupata dai tedeschi sono morte quasi 3000 persone tra clero e consacrati; quasi un sacerdote diocesano su cinque! Tuttavia, la prospettiva rigorosamente ecclesiale, incentrata sul bene proprio delle Chiese, interiormente inteso, sembra essere troppo stretta, anche meschina. Il nazismo e la Seconda guerra mondiale hanno messo in discussione molto di più del normale funzionamento delle strutture ecclesiali, non solo hanno minacciato le libertà della Chiesa in senso lato. Il male non può essere ridotto all’intolleranza, alla violenza e alla brutalità rivolte contro i cristiani e i quadri della Chiesa.

Il nazismo e la guerra che ne è scaturita sono diventati una sfida non solo a ciò che è religioso o ecclesiastico, ma a tutto ciò che è universale! Hanno portato i cristiani dell’Europa a una prova drammatica non solo per il loro attaccamento alle pratiche religiose, alle tradizioni e ai diritti della Chiesa; hanno posto una domanda sulla loro determinazione a difendere i diritti umani fondamentali, indipendentemente dalla fede e dalla religione. Ed è proprio su questo livello che si è svolto l’esame più importante in Europa, un esame del grado e della qualità della sua evangelizzazione… La sua domanda principale non era la forza delle strutture ecclesiastiche, bensì la forza e la profondità delle credenze e degli atteggiamenti cristiani, e non solo delle gerarchie ecclesiastiche, ma di intere società!

Ma è difficile non chiedersi: la gente di Chiesa ne era già allora consapevole o ha raggiunto questa consapevolezza solo dopo la fine della guerra? La cosa non era semplice in sé: dalla metà del XVII secolo, cioè dalla fine della guerra dei Trent’anni, la Chiesa non solo non plasmava più la realtà sociale, bensì lottava per tenere il passo con essa, fino a quando, nel XIX secolo, si è quasi completamente staccata da questa realtà. Quindi ha dovuto accontentarsi di esercitare una missione «strettamente ed esclusivamente religiosa» (Z. Zieliński), essendo spesso anche in questo ambito meticolosamente controllata e regolamentata. Tale Chiesa avrebbe potuto essere improvvisamente pronta per un completo cambiamento di prospettiva e per assumersi di nuovo la responsabilità dei grandi processi sociali e delle grandi sfide di scala globale?

Inoltre, va ricordato che già prima dello scoppio della guerra, le Chiese dell’Europa centrale e orientale si trovarono in circostanze molto difficili. In Oriente, nel territorio dell’Unione Sovietica, solo nel 1937 (anno in cui fu proclamata l’enciclica Divini Redemptoris che condannava l’empio comunismo come il sistema che «minava le fondamenta della civiltà cristiana»), furono chiuse 29.000 chiese ortodosse (612 furono demolite), 63 monasteri ortodossi, 240 chiese cattoliche, 61 chiese protestanti, nonché 115 sinagoghe e 110 moschee. Come si può vedere l’attacco fu diretto contro il mondo intero della religione! In Bielorussia nel 1938 fu arrestato tutto il clero e furono distrutte 2500 chiese e 23 monasteri. Naturalmente, per quanto riguarda il territorio dell’Urss è meglio documentato il martirio ortodosso. Vale la pena citare qui alcuni dati: tra il 1917 e il 1939 furono uccisi circa 45.000 sacerdoti, monaci e suore; allo scoppio della guerra 42.000 sacerdoti erano in prigione e nei lager; solo tra i vescovi ne furono uccisi 270, mentre altri 300 morirono in prigione o in esilio.

Assieme alla guerra si abbatterono sulla Chiesa altre disgrazie rivolte non solo contro la gerarchia o la base materiale del culto. La più tragica esperienza furono le deportazioni di massa. Solo dal territorio polacco occupato dall’Unione Sovietica, in base al Patto Ribbentrop-Molotov, fu deportato quasi un milione di persone (più di un quarto di milione fu arrestato e lo stesso numero fu arruolato forzatamente nell’esercito), per lo più appartenenti all’intellighenzia e quelle impegnate nelle attività sociali ed ecclesiastiche.

D’altra parte, però, si può arrivare all’esempio estremamente opposto: la Slovacchia, governata durante la Seconda guerra mondiale dal presidente Jozef Tiso, un sacerdote cattolico, che rimase in stretta collaborazione con Hitler. È proprio su di lui che ricade la responsabilità dello sterminio degli ebrei slovacchi eseguito in due ondate (1942 e 1944): dei 130.000 sopravvisse solo il 23 per cento. Rimarrà per sempre un capitolo drammatico della memoria cristiana ed ebraica che i trasporti di ebrei slovacchi (accanto a quelli francesi), inviati ad Auschwitz per decisione di un governo che si definiva cristiano, diedero inizio alla Endlösung der Judenfrage (Soluzione finale della questione ebraica) in questo campo di sterminio. Sì, l’onore della Chiesa slovacca può e deve essere difeso, ricordando, ad esempio, la figura del vescovo uniate Pavel Gojdič, Giusto tra le Nazioni, beatificato da san Giovanni Paolo II. In tal caso, però, sorgerà immediatamente la questione delle proporzioni dei comportamenti sociali ed ecclesiastici: quali tra questi erano la “norma” e quali devono essere considerati una lodevole, ma pur sempre, eccezione? C’è stata una vera resistenza alla politica di don Tiso o piuttosto una leggera disapprovazione?

Questa domanda, posta con grande insistenza, determina il processo di «purificazione della memoria» (san Giovanni Paolo II) di quasi tutte le Chiese della regione discusse in questa pubblicazione. I numeri parlano da sé: su oltre tre milioni di ebrei polacchi, meno di 380.000 sopravvissero alla guerra; su 220.000 ebrei lituani, solo 12.000 sopravvissero alla guerra. Le otto settimane di maggio e giugno 1944 furono sufficienti per uccidere 565.000 ebrei ungheresi. Dei 757.000 ebrei che vivevano in Romania, 400.000 furono sterminati; degli 80.000 che vivevano nella Jugoslavia prebellica, 14.000 sopravvissero alla guerra. L’Olocausto si abbatté anche su 74.000 ebrei della Lettonia; l’Estonia fu descritta come Judenfrei, ancora prima della Conferenza di Wannsee.

di Jan Mikrut

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