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Non basta
chiedere scusa

· Lo scandalo degli abusi sui minori in Australia ·

Canberra, 10. «Siamo profondamente dispiaciuti di non essere riusciti a proteggere e a prenderci cura di quei bambini, secondo i nostri valori cristiani. 

Riconosciamo con enorme tristezza le conseguenze che ciò ha prodotto nella vita di questi giovani. Il nostro impegno è di chiedere scusa e di cercare che altri non soffrano nello stesso modo»: Stuart McMillan, presidente dell’assemblea della Uniting Church of Australia (Uca), interviene sullo scandalo che ha coinvolto anche la terza più grande denominazione cristiana del paese come numero di fedeli. Secondo quanto riferisce l’Australian associated press — che cita dati della Royal commission into institutional responses to child sexual abuse — sarebbero duemilacinquecentoquattro i casi di abuso sessuale su minori verificatisi nelle istituzioni legate alla Uniting Church dal 1977 (anno di fondazione) a oggi, portando a 17 milioni e mezzo di dollari l’ammontare del risarcimento alle vittime.

All’impegno della Chiesa cattolica in Australia per far luce sugli abusi è dedicato un ampio servizio del quotidiano francese «La Croix». Dopo quattro anni di indagini sono stati accertati e segnalati alle autorità ecclesiastiche 4444 episodi avvenuti fra il 1980 e il 2015. Nello stesso periodo, la Chiesa ha versato l’equivalente di duecento milioni di euro per risarcire migliaia di vittime di abusi sessuali commessi nell’ambito di strutture cattoliche. Recuperare la fiducia perduta è ora il principale obiettivo della Chiesa cattolica in Australia. Il quotidiano francese riferisce a questo proposito il crollo del numero dei fedeli praticanti: nella diocesi di Ballarat, fra quelle più colpite dallo scandalo, solo il 10 per cento va a messa. «Abbiamo davanti un lavoro enorme da fare per convincere la gente che la Chiesa sta veramente cambiando», afferma un responsabile.

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