Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Non barattare mai la coscienza

· Il cardinale Becciu a Grosseto ripropone l’attualità del messaggio di san Lorenzo ·

El Greco, «Apparizione della Vergine a san Lorenzo» (1578-1580)

«Lorenzo è uomo dei nostri tempi. Grazie al suo sacrificio e a quello di tutti i martiri cristiani, noi abbiamo imparato a porre Dio al primo posto e a non barattare mai la nostra coscienza». Lo ha sottolineato con forza il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, presiedendo a Grosseto le celebrazioni in onore del diacono martire patrono del capoluogo e della diocesi.

All’omelia della messa di venerdì mattina, 10 agosto, nella cattedrale maremmana, il porporato ha spiegato che «l’esempio di Lorenzo è più che mai attuale nel nostro mondo occidentale» ove «si affermano nuove dittature: non tanto politiche, ma soprattutto ideologiche, quelle del cosiddetto pensiero unico. Vi sono lobby che con i potenti mezzi di comunicazione vogliono imporre il loro credo e non ammettono contraddittorio su argomenti vitali per il futuro dell’umanità, quali i vari aspetti etici, legati alla vita». Ma, ha osservato, l’esempio di «Lorenzo ci ricorda che tutti siamo chiamati alla santità» e «la sua memoria ci incoraggia a prendere sul serio ogni piccolo frammento di umanità che siamo chiamati a condividere con il nostro prossimo».

Dopo aver ripercorso le vicende del santo del terzo secolo, il cardinale Becciu si è chiesto cosa abbia da insegnare oggi questo giovane vissuto 1700 anni fa. E la risposta è stata duplice: la dedizione alla Chiesa, in particolare ai poveri, e il martirio. «Al servizio della nascente comunità dei cristiani — ha detto riguardo al primo aspetto — trova un ruolo specifico: il servizio verso i poveri; coloro che, secondo una pia tradizione, egli aveva definito “i veri tesori della Chiesa”». Infatti, ha commentato, Lorenzo «ha intuito la centralità del messaggio di Cristo: dirigersi verso i poveri, gli emarginati, i disprezzati». E nel farlo, «si rende protagonista della nuova ondata culturale apportata dai cristiani e che sta per sovvertire le stantie correnti di pensiero del tardo impero romano. La bellezza e i valori dell’esistenza non sono più i blasoni della nobiltà, la forza guerriera, il potere fine a se stesso, le piacevolezze della vita, la prevaricazione sui deboli. I nuovi valori sono quelli proclamati dall’umile Maestro di Nazareth». Così «Lorenzo fa propria in maniera radicale la visione di Gesù; e con il suo prodigarsi verso gli emarginati dell’opulenta civiltà romana può essere definito l’amico dei poveri», che «ama fino a donare la vita» per loro.

Ecco allora il secondo elemento richiamato dal prefetto: il martirio. Di fronte allo «spettacolo quasi idilliaco della nuova società pensata e costruita dai cristiani — ha osservato — ove si allentano le tensioni, scompare l’odio e quella che era considerata la feccia della comunità civile, come gli schiavi e i pezzenti, guadagna nuova dignità, resta incomprensibile la persecuzione scatenata dal potere romano». Eppure, ha constatato, «Roma aveva dato esempio di tolleranza verso i nuovi popoli confluiti nell’impero e aveva garantito libertà di culto». Perciò «si stenta a spiegare come il cristianesimo abbia provocato tanta ostilità e ci si chiede quale sia stata la scintilla che ha fatto scattare la furia persecutoria. Come mai giovani come Lorenzo che si occupavano dei poveri e che con le loro azioni caritative davano decoro alla stessa città, avevano suscitato tanta odiosità?».

Nella sua risposta il cardinale Becciu ha evidenziato che «le autorità romane avevano intuito» come il cristianesimo avesse «in sé elementi che potevano destabilizzare l’impero; principi che avrebbero messo in discussione l’autorità imperiale». Infatti i «cristiani erano pronti a servire l’imperatore in tutto, nel rispetto delle leggi e delle istituzioni, nel mettersi a servizio dei loro padroni e della patria, ma vi era una sfera della propria persona su cui non erano disposti a cedere, anche a costo della vita: la sfera della coscienza. Qui non vi era autorità che potesse interferire, a nessun Cesare era permesso entrarvi». E «i romani avevano intuito che simili principi avrebbero segnato la fine del loro impero». Per questo, ha concluso, bisogna ancora ringraziare Lorenzo e tutti i primi cristiani che «con il loro sacrificio hanno onorato Dio e manifestato fedeltà al vangelo, ma hanno anche difeso il primato della coscienza su qualsiasi autorità terrena», difendendo «la distinzione tra sacro e profano» e, «pur non essendone consapevoli», gettando «i semi delle moderne democrazie ove la coscienza di ogni cittadino è sacra e vige il primato dei diritti delle persone contro qualsiasi autoritarismo».

In precedenza, nella sera di giovedì 9, il cardinale Becciu aveva partecipato alla tradizionale processione con la statua di san Lorenzo collocata sullo storico carroccio dipinto, trainato da due buoi maremmani per le principali vie del centro cittadino, mentre la cinquecentesca campana sul carro, coi suoi rintocchi annunciava il passaggio del simulacro. Le meditazioni e le testimonianze che hanno accompagnato il corteo erano incentrate sul tema del lavoro, riprendendo il messaggio del vescovo Rodolfo Cetoloni. E a questo tema ha fatto riferimento anche il porporato nel saluto rivolto al termine della processione alle migliaia di fedeli presenti. Auspicando «adeguate soluzioni» ai problemi occupazionali, il cardinale ha rimarcato che «noi pastori non abbiamo risposte tecniche da proporre, ma desideriamo sollecitare le istituzioni e quanti hanno responsabilità in ambito sociale e possibilità economiche a individuare prospettive concrete e proposte eque». Inoltre, ha aggiunto, «di fronte alle emergenze sociali» che gettano «nello sconforto tante famiglie e tanti giovani, è importante non perdere la speranza». Infatti, «l’atteggiamento della speranza innesca la molla della solidarietà»; quella autentica, che «mira a contrastare i germi cattivi di asocialità, di chiusura individualista e di sopraffazione, e le spinte disgregative». Una solidarietà «non selettiva», ma «aperta a tutti», che «non fa distinzioni di persone né di nazionalità, non discrimina a seconda del colore della pelle; è universale, non innalza muri, ma costruisce ponti», spingendo «a impegnarsi per eliminare le distorsioni delle strutture socio-finanziarie che privilegiano i pochi a scapito della maggioranza». Insomma, ha concluso, «la solidarietà per i cristiani non è semplice filantropia, ma ha il nome di fraternità perché ci riconosciamo tutti figli dello stesso Padre».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 ottobre 2018

NOTIZIE CORRELATE