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Non abbandoniamo gli operai

· L’Italia e la Dc secondo Donat-Cattin ·

Carlo Donat-Cattin giudica la Democrazia cristiana come un partito che deve farsi portavoce di diversi interessi e di diverse attese che provenivano dalla società civile, dal mondo del lavoro e delle professioni, con l’attenzione alle esigenze del mercato e dello sviluppo capitalistico, ma sensibile anche al bisogno di assistenza sociale e al sostegno dello Stato per le categorie più deboli dei cittadini, ispirando la sua azione al rispetto della persona e a una visione pluralista e articolata della società. Da qui la sua frequente insistenza, a veder riconosciuta l’importanza della componente operaia in seno alla Dc. Scriveva a Moro l’8 maggio 1962: «non condivido l’apprezzamento della trascurabile importanza, nel campo nostro, dell’elettorato operaio, dei lavoratori. Ne hanno come numero e ne hanno, oltre ai numeri, per la spinta politica che nascerà se si ridarà loro la fiducia nella democrazia e nella Democrazia cristiana. Perché non vieni, una volta, a Torino o a Milano a parlare, a vedere sul posto come vanno le cose?».

Ma, accanto alla rivendicazione della presenza e dell’importanza della componente operaia, c’è in lui, costante e ferma, la difesa del suo gruppo, per rivendicarne il peso e il dovuto riconoscimento nell’organizzazione interna del partito e in seno al governo. Ancora a Moro scriveva l’11 dicembre 1963, ringraziandolo per la nomina a sottosegretario alle Partecipazioni statali nel primo governo organico di centro-sinistra, ma manifestando anche la sua «acerba amarezza» per la scarsa rappresentanza della corrente di Rinnovamento nella compagine di governo: «siamo in larga misura articolazione politica nella Dc di organizzazione e di movimenti, mancando la base dei quali alla Dc, essa cambierebbe aspetto e sarebbe nient’altro che un partito borghese (...) Nessuno si illuda di mantenere i contatti col mondo socialista schiacciando l’espressione politica più qualificata del movimento operaio cristiano: se dovessero essere intrecciati a questo costo, quei legami noi li sapremmo spezzare». Non poteva, infine, non esprimere il suo rammarico che «l’unico gruppo radicato nel movimento operaio» presente nella Democrazia cristiana venisse «mortificato» nel momento in cui si realizzava il centro-sinistra e la collaborazione con il Partito socialista.

Certamente Donat-Cattin ebbe con Moro un rapporto particolare; come lui stesso affermava, «un rapporto di amicizia politica: senza aggiunta di rapporti famigliari». Riconosceva a Moro di non aver «mai falsato il gioco, confondendo la nostra posizione cauta e guardinga verso il Pci con una posizione di destra». Nel 1978 condivise il progetto di Moro tendente a coinvolgere il Pci nell’area di governo, in quel delicato momento della vita politica italiana. Giudicò un vero «capolavoro politico» il modo con cui Moro era riuscito a realizzare quel disegno che doveva portare a un governo di «tregua» e di «transizione». Anzi, scriveva Donat-Cattin, che Moro «si è fatto carico delle nostre tesi e delle nostre ragioni che ha portato nel conclusivo discorso del 28 febbraio 1978, quando prima che egli parlasse, gli abbiamo dato un apporto che riteniamo sia stato decisivo perché la sua proposta delle “convergenze parlamentari” fosse praticabile».

Lo stesso Donat-Cattin precisava che l’adesione alla scelta di Moro di dar vita al governo di solidarietà nazionale con il sostegno del Partito comunista, non era soltanto una prova di lealtà: «Se non fossimo stati persuasi, nei modi e con i limiti che Moro ha poi enunciato, ci saremmo dichiarati contrari: e con qualche probabilità di successo».

Rievocando questo delicato momento della nostra storia politica, Francesco Cossiga ha testimoniato: «Io mi trovavo nello studio di Aldo Moro, in via Savoia, il giorno in cui egli avrebbe tenuto il famoso discorso che rappresentò l’avvio della solidarietà nazionale, dopo che ne era appena uscito Donat-Cattin. Aldo Moro mi disse che non poco gli era costato convincerlo e che riteneva, non di averlo convinto, ma di aver per affetto, fiducia e fede, ottenuto il suo consenso».

La tragica vicenda del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro colpì profondamente Donat-Cattin: «Ho sentito una grande angoscia e la tristezza mi è entrata fin nelle ossa». Sulla reazione del leader di Forze nuove al rapimento di Moro, questo carteggio ci consente di conoscere un aspetto finora ignorato e che emerge nella lettera ad Andreotti del 17 marzo. In essa Donat-Cattin, richiamandosi alle dichiarazioni di Ugo La Malfa, favorevole all’introduzione della pena di morte, manifestava la proposta di una “iniziativa per introdurre”, e non già introduzione», della pena di morte. Spiegava Donat-Cattin che lo Stato non aveva nulla da scambiare di fronte a una richiesta dei brigatisti, in quanto non era possibile lo scambio con detenuti politici, «se non vogliamo ridurre il paese schiavo della violenza» (...) Si trattava, probabilmente, di una sorta di reazione istintiva da parte di Donat-Cattin di fronte a una vicenda drammatica che non aveva riscontri nella storia della Repubblica. Potremmo parlare quasi di un disperato tentativo di trovare una strada, una via d’uscita in grado di salvare la vita di Moro. Affermò in seguito: «L’hanno ucciso. Hanno colpito un uomo superiore, una grande mente politica. Hanno colpito tutti noi, il Paese».

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