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Noi prigioniere in Sierra Leone

· Tra violenze terribili, nel 1995 sette religiose furono rinchiuse con giovani, adulti e bambini in un campo di detenzione ·

Relazione accessibile ad altri, farsi spazio abitato da Dio dove altri possano entrare. Farsi spazio. Questa categoria che mi ritorna alla mente mi riporta di colpo nel 1995, indietro di diciotto anni, all’esperienza della prigionia in Sierra Leone, più esattamente nel campo militare, dove noi sette sorelle fummo condotte dai ribelli dopo il nostro sequestro.

Centinaia i civili catturati come noi, di punto in bianco, dalle loro case. Soprattutto giovani e bambini, ma non mancavano gli adulti.

Anche noi come loro, senza nulla di nostro, in tutto dipendenti dai guerriglieri e testimoni di una violenza assurda, inflitta del tutto gratuitamente su una popolazione innocente e ignara. Tutti esposti all’insicurezza per la propria vita. Giovani e bambini obbligati ad addestrarsi per essere guerriglieri. Tentativi di fuga. Catture ed esecuzioni.

L’orrore che ho sentito a volte fino alle ossa per quel che succedeva, la consapevolezza della mia piccolezza e impotenza in quel nonsenso assoluto e insieme la verità della preghiera che poteva anche lì metterci in relazione con Dio. È lì, che per la prima volta ho vissuto la missione nella sua essenzialità. Urgenza di verità, bisogno di vita, ricerca di Dio.

Era questo grido che io avvertivo dai miei fratelli guerriglieri e dalle loro vittime. Nel braccio che colpiva e nella vittima che subiva i colpi risuonava il silenzio di Dio. Ma il miracolo è che quel silenzio non è stato un silenzio muto, ma di rivelazione.

Una scena a cui sono tornata tante volte durante questi anni sempre cercando di capire come ha potuto quel silenzio svelarmi la presenza. Non so ancora dirlo. Ma è stata quella presenza che mi ha salvato, portandomi attraverso quei giorni senza che il male mi toccasse in profondità.

È questa presenza che i guerriglieri venivano a cercare facendo sosta nell’angolo del campo militare dove eravamo confinate ed è qui che per la prima volta ho avvertito la missione come un grembo che accoglie e nutre la vita, non per sua capacità ma per la presenza che lo abita.

Ci fu dato per grazia, e in particolare in certi momenti, di essere spazio di accoglienza ove quei nostri fratelli in preda a una violenza assurda, potevano ogni tanto accedere e riposare un momento.

Quel venire dei guerriglieri non era dettato dalla ricerca di cose: anche noi, per una volta, non avevamo nulla di nostro, neppure da mangiare. Non venivano alla ricerca di cose dunque, ma venivano a cercare la nostra povertà amata e abitata da Dio. E vi trovavano uno spazio di riposo.

È la meraviglia della missione. È questa l’immagine più cara che ancora mi porto nel cuore, dopo tanti anni. In quel loro venire, la nostra sensibilità di donne ci permetteva di intuire bisogni non detti e ricerche non dichiarate, ma qualche volta il loro cuore era troppo pieno di violenza fatta e subita, e allora, seduti per terra, nella loro tenuta di soldati sempre armati, si lasciavano scappare espressioni come: sono confuso... benedicimi! Odiano senza ragione... voglio anch’io quel segno... (la croce sulla nostra fronte, quel mercoledì delle ceneri), vengo a stare un po’ con voi... insegnami a pregare... Che grazia incredibile la missione!

Davvero un tesoro in vasi d’argilla, proprio come lo spazio nel quale noi stesse ci ritroviamo grazie al dono del Figlio, uno spazio abitato da Dio e accessibile ai fratelli, dove l’incontro può avvenire non grazie alla nostra santità, sempre lontana, ma grazie alla santità di Dio che nella sua onnipotenza misericordiosa sa usare strumenti poveri e deboli, vasi d’argilla, appunto, per raggiungere i suoi figli.

Come donna mi piace pensarmi così, attenta a quelle possibilità di vita a volte appena percettibili, come le visite dei guerriglieri, le domande del tassista e mille altre occasioni quotidiane per accoglierle nello spazio vitale della mia relazione con Dio sapendo che la grazia saprà fecondarle e farle crescere. Non ci sarà sempre dato di vedere lo svolgersi di questa crescita che rimane un mistero, ma sappiamo che avviene certamente, e allora proseguiamo il nostro cammino con la speranza che ci dà la nostra fede, vale a dire una speranza che è già garanzia di vita piena perché porta la firma di Dio.

Voglia il Signore renderci sempre più Chiesa, casa abitata da lui dove altri possono entrare perché avvenga l’incontro.

Teresa Bello-Missionaria di Maria, saveriana

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22 agosto 2019

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