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Noi abbiamo
bisogno di voi

· Si apre a Concesio una mostra sul rapporto fra Paolo vi e gli artisti ·

Franco Gentilini, Ponte (1883)

S’inaugura il 29 settembre a Concesio la mostra intitolata Noi abbiamo bisogno di voi, allestita presso la Collezione Paolo VI fino al prossimo 21 dicembre e presentata da un articolo del suo direttore.

«Ho sempre frequentato gli artisti, li ho sempre segretamente amati e quando posso, malgrado il loro pudore feroce, cerco di parlare con loro»: se si dovesse sintetizzare in una sola frase la sincera e profonda attenzione dimostrata da Giovanni Battista Montini, lungo tutto l’arco della sua vita, nei confronti degli artisti (e, attraverso di loro, dell’intero panorama artistico del suo tempo), difficilmente si potrebbero trovare parole più efficaci di queste, da lui stesso pronunciate e a suo tempo riportate da Jean Guitton nei Dialoghi con Paolo VI. In questa rapida folgorazione, infatti, sono condensati i concetti del dialogo instaurato da Montini con gli artisti, della sua consuetudine anche personale con essi, della passione spontanea che sentiva per la loro arte e infine, davvero molto significativamente, del suo continuo sforzo di comprensione del loro lavoro (al quale pure, talvolta, non mancava di rimproverare una eccessiva ed astrusa autoreferenzialità priva di capacità comunicativa, ma sempre in un’ottica propositiva e di accoglienza della loro sensibilità). E d’altro canto la cosa non stupisce, se è vero che lo stesso Paolo vi ammetteva, sempre nella testimonianza di Guitton, di aver personalmente maturato nell’adolescenza — accanto a varie altre “vocazioni laiche” (quella per l’impegno politico mediata dal padre, quella contemplativa ispirata dalla madre, quella per i viaggi, quella per la comunicazione…) — un significativo interesse per l’arte, poi in qualche modo sublimato o ancor meglio reductum ad unum “accordando” tutte queste chiamate diverse e apparentemente contraddittorie sul più alto e onnicomprensivo piano del sacerdozio, l’unico capace di condensarle tutte («ma quel che è sicuro» — riprende poco dopo Guitton — «è che tra le parti che si dividevano il giovane Montini, la chiamata della bellezza fu imperiosa»).

La mostra Noi abbiamo bisogno di voi, allestita presso la Collezione Paolo VI - arte contemporanea di Concesio fino al 21 dicembre, intende celebrare gioiosamente, e allo stesso tempo con la dovuta solennità, la canonizzazione del Papa al quale il museo deve la sua stessa esistenza, rendendo omaggio — in particolare — alla straordinaria e lungimirante riflessione sull’arte che Montini ha articolato a partire all’incirca dal 1920 e sino ad arrivare all’anno della sua morte, ovvero esattamente quarant’anni fa. Per fare questo, l’esposizione propone al pubblico circa cinquanta opere grafiche (tra disegni e, soprattutto, incisioni) di eccezionale qualità e a firma di molti tra i principali protagonisti dell’arte del Novecento, accuratamente selezionate tra gli oltre tremila fogli che da sempre sono conservati nei depositi del museo, e che tuttavia — per ragioni di spazio — non fanno parte del percorso permanente e addirittura, nella loro massima parte, non sono mai state esposti. Il risultato è una mostra inaspettata e ricchissima, nella quale si passa senza soluzione di continuità da Matisse a Picasso, da Chagall a de Chirico, da Hartung a Vedova, passando per Dalí, Maurice Denis, Casorati, Morandi, Marini, Henry Moore, Graham Sutherland, Guttuso, Cagli, Morlotti, Fiume, Arnaldo Pomodoro, Kokoschka, Zadkine, Fazzini, Radice, Viani, Santomaso e tanti altri.
Sin dagli anni della sua formazione, Montini ha sempre dimostrato una spiccata attenzione nei confronti dell’arte contemporanea, specialmente sulla scorta della riflessione estetica di Jacques Maritain (di cui in mostra è esposto l’esemplare di Art et Scolastique che si trovava nella biblioteca privata del Papa) e nella prospettiva di una riconciliazione tra la produzione artistica più aggiornata e la sfera della spiritualità. Già nel 1928, ad esempio, in qualità di assistente centrale della Fuci, Montini contribuisce a promuovere un convegno in cui tra le altre cose si tratta del tema Morale ed arte, e il suo primo testo scritto dedicato specificamente alla questione del dialogo tra l’arte contemporanea e il “sacro” risale addirittura al 1929, ovvero — con un anticipo che sorprende – a trent’anni prima dell’apertura del concilio Vaticano II, a testimonianza di un interesse intellettuale precocissimo che non sarebbe mai venuto meno, e che anzi in seguito si sarebbe ulteriormente approfondito e precisato. Così, quando diviene arcivescovo di Milano nel bel mezzo del “boom economico” e si trova dunque a dover gestire il massiccio fenomeno di inurbamento di popolazioni provenienti da tutta Italia, Montini opera affinché i nuovi quartieri che sorgono alla periferia della città storica non manchino di chiese adeguate anche sotto il profilo della bellezza e della corrispondenza allo spirito della modernità, promuovendo un’imponente campagna di costruzione di nuovi templi nella quale vengono coinvolti in maniera convinta e sostanziale — e non dunque solamente di facciata — architetti e artisti di primissimo piano, ai quali viene chiesto di interpretare il senso del sacro attraverso soluzioni capaci di contemperare con equilibrio il loro personale anelito alla libertà espressiva (che viene salvaguardata e anzi incoraggiata) e le giuste necessità della liturgia.
Nel 1963, nel bel mezzo del concilio Vaticano II, Montini viene eletto Papa, e nei successivi quindici anni di pontificato ha modo di ritornare sul tema dell’arte — in maniera più o meno diretta — per ben settanta volte. Memorabili sono soprattutto tre interventi: in primo luogo l’ormai celebre “Messa degli Artisti” del 7 maggio 1964; secondariamente, il Messaggio agli Artisti consegnato l’8 dicembre 1965, a conclusione del concilio nelle mani di Giuseppe Ungaretti, Pier Luigi Nervi e Gian Francesco Malipiero; infine, in ordine di tempo, il discorso tenuto nel 1973 in occasione dell’inaugurazione della Collezione di arte religiosa moderna dei Musei Vaticani. E sebbene sia difficile, per non dire impossibile, sintetizzare in poche righe la ricchezza problematica delle questioni estetiche, teologiche e pastorali affrontate da Papa Montini in questi tre fondamentali pronunciamenti, si può però dire che ciò che in essi spicca maggiormente — in termini generali — è soprattutto il nuovo atteggiamento nei confronti dell’arte e degli artisti del proprio tempo: Paolo vi è stato infatti il primo Papa, a distanza di secoli dagli esempi illuminati del Cinquecento e del Seicento, a rivolgersi direttamente agli artisti, ad interessarsi davvero al loro lavoro e alla loro vocazione, al fine di ristabilire quel rapporto tra arte e Chiesa che fino al Settecento aveva dato frutti meravigliosi, ma che poi si era interrotto per vari motivi, primo tra tutti la chiusura della Chiesa “ufficiale” — fu proprio Paolo vi ad ammetterlo — nei confronti delle novità di cui gli artisti, per indole, si fanno sempre portatori. «Noi abbiamo bisogno di voi», disse quindi agli artisti riuniti nella Cappella Sistina, «Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili, voi siete maestri. […] Voi avete anche questa prerogativa, nell’atto stesso che rendete accessibile e comprensibile il mondo dello spirito: di conservare a tale mondo la sua ineffabilità, il senso della sua trascendenza, il suo alone di mistero, questa necessità di raggiungerlo nella facilità e nello sforzo allo stesso tempo». Una riflessione ancora nutrita di echi maritainiani, e la cui influenza si percepisce fortemente anche nei pronunciamenti dei pontefici successivi.

di Paolo Sacchini

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24 agosto 2019

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