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Niente domandare e niente rifiutare

Pubblichiamo uno stralcio del diario di don Angelo Roncalli — la nota scritta il 26 maggio 1917 — tratto dal libro Cappellani militari e preti-soldato in prima linea nella Grande Guerra. Diari, relazioni, elenchi (1915-1919), a cura di Vittorio Pignoloni (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 496, euro 32).

Angelo Giuseppe Roncalli tenente cappellano, con i fratelli Zaverio e Giuseppe


Due anni or sono come oggi me ne tornavo da Milano vestito da sergente ad iniziare qui il mio servizio militare. Ricordo con compiacenza quei giorni così drammatici eppure trascorsi per la grazia del Signore con tanta placidità. La domenica 23, festa di Pentecoste, trovandomi a S. Michele, prima di uscire per la Messa, fui informato della mobilitazione generale che comprendeva anche la mia classe.
La celebrazione immediata del S. Sacrificio contribuì a metter subito a posto il mio spirito adagiandolo in un completo abbandono della mia vita nelle mani, presso il cuore di Dio.
Intesi subito una letizia interiore di poter mostrare a fatti come io sacerdote sentivo l’amor di patria, che poi non è altro che la legge della carità applicata giustamente. Tornato in seminario ordinai alla meglio le mie carte, aggiunsi alcune cose al mio piccolo testamento; questo affidai a monsignor Rettore Re; scesi al distretto per assumere più esatte informazioni sulle modalità della mia presentazione; passai in Duomo ad ascoltare l’omelia di mgr Vescovo. Nel pomeriggio corsi a Sotto il Monte a salutare la mia famiglia che trovai e lasciai con calma e pronta a tutto.
L’indomani di buon ora ero a Milano alla caserma Ospedale S. Ambrogio; nel pomeriggio avevo ricevuto il nuovo abito militare. Dove mi avrebbero mandato? Non lo sapevo, non me ne preoccupavo soverchiamente. Non ci doveva pensare Iddio? E ci pensò. Da un muricciolo che taglia la arcata del monastero-caserma di S. Ambrogio, girandole tutto intorno, un sergente vociava: Occorrono soldati per Bergamo: chi è che vuole andare a Bergamo? Un mio caro alunno seminarista, il buon Personeni di Bedulita mi presentò all’improvvisato e piccolo arbitro dei miei destini militari e fui messo senza alcuno sforzo in lista per Bergamo. Perché non farmi raccomandare subito come cappellano militare? Parecchi anche più giovani di me l’avevano fatto, e con poche esibizioni ottenuto. Era cosa tanto facile in quei giorni di completa disorganizzazione... bastavano poche lire fatte correre al graduato che teneva la lista e di fatto so di non pochi che riuscirono così. A me questo sistema non piacque: mi sarebbe sembrato un tentar Dio. Meglio nella umiliazione dell’abito militare secondo le evidenti disposizioni della Provvidenza, che cercare un posto più alto forzando un po’ la mano al Signore che mi aveva già trattato così bene. E poi il pensiero della responsabilità del ministero di cappellano militare, specialmente con un reggimento al fronte, mi spaventava, non tanto per il timore di perder la vita, che è pur sempre cosa cara, quanto di un insuccesso dannoso ai soldati e non decoroso per me e per la dignità sacerdotale. Guai a me se avessi dovuto dire un giorno a me stesso: In questo imbroglio mi ci son voluto mettere da me; ora pago il fio della mia presunzione.
Richiamai dunque il «niente domandare e niente rifiutare» di san Francesco di Sales e mi trovai contento ad onta di tutti gli assalti del mio amor proprio che il Signore mi aiutò a far tacere; e mi aiutò così bene che per parecchi mesi mi fece trovare naturalissimo che io fossi sergente e niente altro che sergente.
Le due giornate trascorse a Milano furono piene delle impressioni più varie. Ricordo il correre un po’ qua, un po’ là dalle suore, dalle buone sorelle di mgr Cavezzali, per adattarmi gli abiti troppo scarsi per la mia voluminosa persona; l’impressione di sgomento e di tristezza al passaggio silenzioso di un battaglione di forti alpini che partivano di buon mattino, attraverso via Meravigli ancora deserta in quell’ora, per il fronte; la visita, insieme col buono e caro chierico sergente Giovanni Marchesi, a S. Ambrogio, al Duomo sulla tomba di s. Carlo, al Cardinale Arcivescovo, ad altri luoghi e persone; il ritrovo di tutti i preti soldati la sera del 25, in Arcivescovado, dove Sua Eminenza parlò tanto bene; dove io avrei voluto rispondergli in nome di tutti i sacerdoti lombardi presenti e poi invece non sentii il coraggio di proferir parola; l’incontro tra il pigia pigia dei richiamati che aspettavano il turno per provarsi gli abiti militari, col povero prete spretato [...], di non ricordo più qual diocesi di Romagna, e la confidenza che mi fece; poveretto, la fiducia che mi disse di avergli ispirato colle buone parole con cui cercai di confortarlo. Quanto mi dispiacque di non averlo più potuto incontrare! Forse era un’anima ancora capace di redenzione e di un ritorno a Dio ed ai suoi doveri sacerdotali.
L’indomani verso mezzogiorno, accompagnando 25 uomini come fossi il generale in capo dell’esercito d’Italia, partivo dalla stazione di Milano per Bergamo dove giunsi all’Infermeria Presidiaria e senz’altro il Capitano Volpi mi annunziò che io ero destinato all’Ospedale militare del Seminario. La stessa sera io ero già al mio posto, mutato di abito, ma risiedendo nella stessa camera presso la Cappella Maggiore, donde tre giorni innanzi ero partito col pensiero forse di non rivederla più.
Proprio vero che qui confidi! in Domino non minorabitur (Sir 32,28). Tre giorni innanzi, quando li lasciai, i miei colleghi Superiori del Seminario si condolevano con me, il solo mobilitato per allora e mi facevano gli auguri di buona fortuna. A così poca distanza di tempo io ero il solo che potevo abitare ancora nella mia piccola camera; tutti gli altri avendo dovuto ritirarsi dalla loro per lasciare sgombro il locale ai soldati.

di Angelo Giuseppe Roncalli 

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28 maggio 2018

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