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· Cattolicesimo e letteratura inglese ·

Chi si adoperi per delineare il destino e la fortuna degli scrittori anglofoni di formazione cattolica di varie epoche e latitudini spesso incontra un ostacolo: la biografia inghiotte l’opera, la cronaca si sovrappone all’intenzione creatrice, l’apologetica e la polemistica sopraffanno l’esperienza diretta dei concreti e reali dati testuali.

Gerard Manley Hopkins

Il dibattito sulla questione della dignità culturale della letteratura inglese di matrice cattolica è attualissimo e, al riguardo, può essere utile riprendere in mano come termine di confronto un volume di Richard Griffiths, The Pen and the Cross. Catholicism and English Literature 1850-2000 (London, Continuum, 2010). Lo storico e studioso di letteratura presso vari atenei britannici, nonché sacerdote anglicano, non supera del tutto l’ostacolo sopra evidenziato ma risulta per non pochi aspetti lodevole.

Quindici agili e documentati capitoli, cronologicamente scolpiti con mano sicura e spesso perentoria (nonostante vari coni d’ombra che non vengono sempre illuminati come meriterebbero a causa dell’invadenza della contemporanea situazione francese): 1840-1890, 1899-1938, i decenni intorno alla Seconda guerra mondiale, il tardo XX secolo. A loro fondamento, una ricca bibliografia, già di per sé irrefrenabile invito alla lettura di una tradizione letteraria che ne emerge estesa, preziosa e variegata. A sorreggere l’impalcatura di tale ricostruzione storico-letteraria, alcune figure-pilastro (di contro alle totali assenze di Tolkien e di altri giganti) che, in un modo o nell’altro e per ragioni diverse, Griffiths considera letterariamente irrinunciabili, in virtù dei loro esiti fecondi o nonostante i loro sterili irrigidimenti: tra questi, Gerard Manley Hopkins (1844-1889), Robert Hugh Benson (1871-1914), Graham Greene (1904-1991), Evelyn Waugh (1903-1966), David Jones (1895-1974), David Lodge (1935-).

Se letta con il rispetto e la competenza testuale che merita, la produzione letteraria cattolica in lingua inglese tra il 1850 ed il 2000 ci direbbe che non possono essere considerati nell’ottica di un mero Revival i suoi riflessi nell’ambito della creazione letteraria del rapporto tra auctoritates condivise e originalità individuali; la sua gestione delle dinamiche di trasformazione socio-politica e della dialettica tra industrializzazione ed esperienza rurale, siano esse coeve o radicate in epoche passate; i suoi sforzi di rappresentare narrativamente la dialettica tra fede e modernizzazione nei primi decenni del XX secolo.

In molti ambiti creativi, tra il 1850 ed il 2000, la preziosa biblioteca che Griffiths indica come «letteratura cattolica di lingua inglese» ha lasciato tracce che attendono lettori intelligenti, appassionati e armati di quella curiosità culturale che sa far scudo contro i conformismi di ogni natura.

Enrico Reggiani

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23 ottobre 2019

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